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Monti: una consultazione “erga omnes” grazie a Internet


6 Dicembre, 2011 by fiorella
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Chi ne ha parlato, ha usato questi termini: Monti: Internet è il tavolo della concertazione (webnews) oppure  Monti e la concertazione: passo importante verso l’e-democracy  (webnotes, il blog di Anna Masera, su LaStampa.it).

Credo che sia opportuno attenersi il più fedelmente possibile alle parole usate dal Presidente del Consiglio: “Io vengo e alcuni membri del governo vengono da una tradizione di decisioni pubbliche nel contesto europeo  […] la consultazione per la quale io ho più simpatia è quella fatta in modo trasparente e erga omnes: cioè il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza, ha … può permettersi un po’ di tempo, produce un bel Libro Verde, lo mette su Internet, sollecita entro trenta giorni, sessanta giorni, dipende dalla materia, la formulazione di opinioni, di pareri, pubblica queste opinioni e pareri sul sito. Tutti sanno chi ha raccomandato qualcosa, chi sconsigliato qualcosa e poi il commissario, la commissione, il ministro, il governo nelle sue responsabilità, prendono la decisione.” (1)

Quindi consultazione (e non concertazione) trasparente “erga omnes”: in cui chi ne ha ruolo, continua a prendere la decisione.

E’ un segnale importante per il ruolo che può avere la rete per coinvolgere i cittadini nell’azione di governo (va notato che Monti si cautela sottolineando che ciò è possibile quando “il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza”). Nulla di particolarmente nuovo di per sè, visto che sono passati dieci anni dalla  Recommendation Rec(2001)19 of the Committee of Ministers to member states on the participation of citizens in local public life basata su alcuni principi tanto fondamentali quanto innovativi (2).

Un segnale sicuramente significativo nel nostro Paese dove, nonostante un piano di e.democracy lanciato nel 2004, è  tuttora difficile incontrare esperienze di consultazione dei cittadini che proseguono nel corso tempo.

Forse quello dei provevdimenti appena varati non è  il contesto migliore per rendere questo segnale popolare. Ma è proprio la drammaticità della crisi che può “costringere” a sperimentare forme nuove, e più partecipate, di governo. Se le risorse sono poche, decidere come usarle è ancora più delicato. Le esperienze da cui imparare non sono sempre solo all’estero: ad esempio, si può imparare dall’esperienza del Bilancio Partecipato del Comune di Canegrate. Tre edizioni (2008, 2009, 2010) con un crescendo di partecipazione alle tre fasi del processo: (a) raccolta delle  proposte da parte dei cittadini; (b) catalogazione delle proposte  e verifica di fattibilità tecnica da parte dello staff del progetto; (c)  votazione priorità di nuovo da parte dei cittadini per posta, via rete, e alla assemblea di chiusura.  Ma soprattutto una esperienza “educativa” che porta noi cittadini a confrontarci con la dura realtà della coperta troppo corta: se la tiro da una parte, resto scoperto dall’altra. Ma almeno decido anche io cosa voglio coprire!

Resta comunque aperta la questione della progettazione degli spazi online e degli strumenti adeguati per rendere possibile questa consultazione: ne ho scrittopochi giorni fa rispondendo a Marco Belpoliti sul “caso Milano” e per ora rimando a quel contributo.

(1) Ripreso da webnotes che sua  volta ringrazia Sofia Ventura per la trascrizione del discorso di Monti su Facebook (ma il link riportato non è più attivo).
(2)  Riporto qui i primi 7 principi alla base della della sopra citata “Raccomandazione”:

  1. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express
  2. Guarantee the right of citizens to have access to clear, comprehensive information about the various matters of concern to their local community and to have a say in major decisions affecting its future
  3. Seek for new ways to enhance civic-mindedness and to promote a culture of democratic participation shared by communities and local authorities.
  4. Develop the awareness of belonging to a community and encourage citizens to accept their responsibility to contribute to the life of their communities
  5. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express.:
  6. Adopt a comprehensive approach to the issue of citizens’ participation, having regard both to the machinery of representative democracy and to the forms of direct participation in the decision-making process and the management of local affairs.
  7. Avoid overly rigid solutions and allow for experimentation, giving priority to empowerment rather than to laying down rules; consequently, provide for a wide range of participation instruments, and the possibility of combining them and adapting the way they are used according to the circumstances.
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Possiamo colmare l’assenza di discussioni usando la rete?


2 Dicembre, 2011 by fiorella
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Commentando  “il caso Milano”, cioè le tensioni nella Giunta tra il sindaco Giuliano Pisapia e l’assessore Stefano Boeri, martedì 29 novembre 2011 “La Stampa” pubblica un contributo dal titolo “Il vero problema è l’assenza di discussioni” in cui di Marco Belpoliti scrive (le sottolineature in grassetto sono mie): “La novità di cui Pisapia è stato portatore sei mesi fa è proprio questa: la trasparenza, la discussione, i social network.” E aggiunge: “Il vero problema è che oggi le città non possono più essere amministrate con la visione del pater familias, come avveniva in passato. La democrazia partecipativa, i blog, i siti web, facebook, Twitter, impongono che le scelte siano passate al vaglio di ampie discussioni, in Rete e non solo lì. La novità della primavera è questa. Perciò il problema non è Pisapia piuttosto che Boeri, o viceversa, ma come e dove discutere delle prospettive della città fuori dalle stanze di Palazzo Marino. [] Ma ora noi siamo entrati nella Terza [Repubblica], e questa non sopporta più che le scelte non siano condivise, disputate, a volte anche duramente, esposte in bella vista“. E conclude: ” Milano per prima oggi in Italia può indicare la soluzione possibile per usare in modo attivo quella che James Surowiecki ha definito <la saggezza della folla>, ovvero di tutti noi”.

Mi scuso della lunga citazione, ma era necessaria perchè illustra perfettamente da dove passa la sfida milanese: dalla capacità di usare la rete non solo per promuovere un candidato come è stato fatto in campagna elettorale, non solo per informare i cittadini, con conferenze e comunicati stampa distribuiti sui soliti canali, e pubblicati su un sito web, magari con un video, a cui si aggiunge qualche intervista su qualche media locale e non.  La rete va usata per comunicare con i cittadini, e comunicare significa “mettere in comune”, condividere, discutere anche animatamente, ma nel rispetto reciproco. I problemi sono iniziati quando la nuova Giunta non ha discusso con la città la drammatica situazione di bilancio, e le scelte che avrebbe comportato, tra cui le più importanti: aumento del biglietto del tram e scelte su EXPO. Le conferenze stampa non sono (state) sufficienti per far capire la gravità della situazione e allineare le aspettative dei cittadini e degli elettori di Pisapia alla realtà.

Ma non è banale usare la rete per comunicare con i cittadini, con un dialogo e dibattito anche serrato, ma civile, produttivo e democratico. Blog, siti web  e social network, così come realizzati oggi, non sono in grado di svolgere questa funzione per il modo con cui sono progettati. In genere informano, al più permettono qualche commento (che di solito non arriva; e infatti si parla della sindrome da “zero comments”), ma non favoriscono il dialogo.

Chi ha esperienza della rete sa che non è facile condurre online un dibattito serrato e democratico: è un equilibrio delicato tra dar voce a tutti ed evitare che ci sia chi, più o meno deliberatamente, distrugge il dialogo, intervenendo troppo spesso o offendendo le altrui opinioni. Bisogna procedere a piccoli passi, magari a partire dalla raccolta e confronto di idee e proposte (1). Fino a far emergere una proposta condivisa, o almeno ad identificare le posizioni contrapposte che esistono. E se sulla rete si vuole arrivare a deliberare, cioè prendere decisioni attraverso il dibattito (come suggerisce Belpoliti) è necessario trovare forme e modi affinché la maggioranza, se c’è, possa appunto decidere, lasciando alla minoranza la possibilità di espressione. Rispetto al mondo fisico, il vantaggio è che i limiti di tempo si dilatano (la ‘riunione’  non deve durare solo due ore); scrivere un intervento costa più tempo che farlo a voce, ma permette di meditarlo di più. Ma lo “svantaggio” (per i politici) è che “verba volant, scripta manent”, ed il digitale è tutto permanente, ritrovabile e quindi più impegnativo.

Questa è la ragione profonda per cui la politica in ultima analisi teme la rete,  ma non disprezza Facebook dove tutto scorre via, nulla è “retrievable” (perchè i post non hanno permalink). Ma su Facebook e dintorni si organizzano proteste (il Popolo Viola, e i giovani della primavera araba lo hanno dimostrato) e anche buone  campagne elettorali, dove si vende in tempi stretti o strettissimi il “prodotto” candidato. Le web agency a cui i politici si affidano, questo sanno fare: campagne di marketing online. Ma se dopo la campagna elettorale si continua a usare lo stesso ambiente per fare partecipazione democratica si compie un errore madornale e non si costruisce  partecipazione e nuova democrazia.

Per farlo occorrono competenze specifiche proprie di una disciplina scientifica la “online deliberation” alla frontiera tra informatica e scienza politica. Disciplina coltivata da una piccola ma abbastanza consolidata comunità scientifica, ben consapevole che progettare ambienti deliberativi online significa progettare la democrazia e la cittadinanza digitale. E che questo richiede concetti e strumenti adeguati,  e anche attenta sperimentazione sul campo.  Non si parte da zero, perché ci sono competenze e esperienze che potrebbero essere utilizzate per affrontare il problema.Questa comunità ha proprio a Milano una sua “base” che ha ampiamente contribuito alla 4° edizione della International Conference on Online Deliberation, tenutasi nel 2010 all’Università di Leeds, dopo le precedenti conferenze svoltesi a Carnegie-Mellon, Stanford e Berkeley.

La mia domanda è dunque se qualcuno tra chi governa la mia città e il mio Paese è interessato a valorizzare questo network di competenze, e fare ogni sforzo – e ce ne vogliono molti, non tanto in denaro quanto in intelligenza – per tradurre <la saggezza della folla>  di cui parla Surowiecki, in civic intelligence e cultura di governo partecipato.

 

(1) segnalo tre esempi di raccolta di proposte dei cittadini intorno alle ultime elezioni ammnistrative: a Milano e Crema durante la campagna elettorale, a Cagliari subito dopo: tutti siti indipendendenti da singoli candidati o dalle amministrazioni.

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Tools for Participation: Collaboration, Deliberation and Decision Support


11 Giugno, 2008 by fiorella
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E’ questo il titolo della Conferenza Internazionale che si terrà a fine giugno a Berkely (CA, US).

Mette insieme, sotto l’egida di Computer Professionals for Social Responsibility e di UC Berkeley School of Information, due eventi: la III Conferenza Internazionale su Online Deliberation (la prima fu a Carnegie-Mellon nel 2003, la seconda a Stanford nel 2005); e la IX edizione di Directions and Implications of Advanced Computing Symposium (DIAC).

Un breve estratto dalla call:

At the dawn of the 21st century humankind faces challenges of
profound proportions. The ability of people around the world to
discuss, work, make decisions, and take action collaboratively is
one of the most important capabilities for addressing these challenges.

Researchers, scholars, activists, advocates, artists, educators,
technologists, designers, students, policy-makers, entrepreneurs,
journalists and citizens are rising to these challenges in many
ways, including, devising new communication technologies that build
on the opportunities afforded by the Internet and other new (as
well as old) media. The interactions between technological and
social systems are of special and central importance in this area.

We are especially interested in technology development that is
already being tested or fielded. We are also interested in theoretical
and other intellectual work that helps build understanding and
support for future efforts. In addition to exploring social technology,
we must at the same time understand and advance the social context
of technology, including its design, access, use, policy and
evaluation, as well as intellectual frameworks and perspectives
that inform technological as well as social innovation including
requirements, case studies, critique and self-reflection, and
infrastructures for future work.

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