“La democrazia alla prova del grillismo”: qualche considerazione metodologica


1 Aprile, 2013 by fiorella

Giovedì scorso (20 marzo) La Stampa ha pubblicato una lunga intervista a Gustavo Zagrebelsky che presenta la prossima edizione della Biennale Democrazia (Torino 11-14 aprile 2013) di cui Zagrebelsky è presidente. Il titolo scelto per l’intervista è “La democrazia alla prova del grillismo”.

Nell’intervista il tema del “grillismo” è introdotto così:

 

A questo proposito il tema di democrazia e Internet è diventato decisivo con il successo della lista di Grillo. Lei crede nella democrazia diretta per via elettronica?  

«La questione è questa: la tecnologia informatica applicata ai processi decisionali pubblici, l’idea della sovranità immediata e individuale del singolo, distruggerà la politica a favore di qualcosa che per ora non si sa che cosa sia? Oppure: questi strumenti possono essere usati per rinvigorire la democrazia, renderla più responsabile, più consapevole, in processi di sintesi comune? Il dibattito alla Biennale darà delle risposte». 

 

Un  pezzo di  Juan Carlos De Martin “L’accesso alla Rete, un diritto che va garantito per Costituzione “ affianca quello di Zagrebelsky.  De Martin ricorda che di  Internet come piattaforma di “democrazia elettronica” si inizia a parlare  «A metà degli Anni 90 [quando] il Web era appena nato.[…] Per i proponenti il sogno era quello della democrazia diretta: Internet visto come strumento che affranca i cittadini dai limiti della rappresentanza permettendo loro di esprimersi direttamente e frequentemente su una miriade di questioni». Presenta quindi la parte del programma della Biennale che riguarda l’intreccio tra Internet e Democrazia e si articola su tre temi: (1) il tema della conoscenza; (2) il tema della “cosiddetta democrazia elettronica, o e-democracy”; (3) il tema “catturato” nel titolo dell’articolo, cioè Internet come diritto di cittadinanza costituzionalmente garantito.

 

E’ dal secondo tema che dovrebbero quindi principalmente scaturire le risposte alla domanda di Zagrebelsky,  a cui De Martin ne aggiunge altre: «Tuttavia, a molti sfugge che la e-democracy può venir plasmata in modi molto diversi tra loro: quali i vantaggi potenziali, e quali pericoli? E qual è il rapporto tra Internet e i movimenti popolari, sia in democrazia mature come le nostre (si pensi a Occupy Wall Street o agli Indignados), sia in Paesi che vorrebbero affrancarsi da regimi autoritari, come nel caso della cosiddetta «Primavera araba»? »

 

Vorrei qui discutere la questione per così dire “metodologica”  Dove e come cercare risposte a queste domande? con due considerazioni che ritengo cruciali per partire con il piede giusto (“chi bene comincia….”).

 

1.     la questione di Internet come spazio di opportunità per nuove forme di democrazia non nasce con il web, ma almeno dieci anni prima, e forse anche venti. Non è questa la sede per ricordare quel percorso culturalmente di grande interesse, che vide coinvolti ricercatori come Terry Winograd (prima MIT e poi Stanford), Doug Schuler (prima promotore e poi “teorico” del movimento delle “community networks”) e personaggi come Fernando Flores (già ministro dell’Economia nel governo Allende e poi, liberato dalle carceri di Pinochet  grazie ad Amnesty International, fondatore di Action Technology, co-autore con Winograd di “Understanding Computers and Cognition”), e tanti altri. Quel percorso aprì nuove frontiere per l’evoluzione stessa dell’informatica, e nuovi ambiti di ricerca quali il Participatory Design e il Computer Supported Cooperative Work, ormai ben consolidati e che ne hanno gemmati vari altri.
Ma è importante aver ben presente che questo filone non ha mai fatto proprio il sogno della democrazia diretta, ma ha indagato sulle nuove forme di democrazia (nel funzionamento di organizzazioni complesse, siano esse aziende for profit, associazioni no profit, istituzioni pubbliche o partiti) rese possibili dalle tecnologie digitali e di rete. Riflessioni che hanno molto a che fare con quelle che trovano ampio spazio nel recente saggio di Marco Revelli “Finale di partito” (Einaudi, 2013). Ma non solo riflessioni: trattandosi di informatici che, come disse Alan Kay,  pensano che il modo migliore per prevedere il futuro sia progettarlo, anche sviluppo di strumenti, a partire da prototipi come “The Coordinator” di Action Technology che in Italia ENI provò ad utilizzare.

2.     questo filone, nel cui ambito si è sviluppato gran parte del know-how da cui sono emerse le tecnologie di community e social media, oggi ha una sua articolazione specifica, fortemente multidisciplinare (informatici, scienziati politici, sociologi), che si chiama “Online Deliberation” e vuole studiare come è possibile non sostituire la democrazia rappresentativa, ma arricchirla e “contaminarla”  grazie all’uso appropriato di tecnologie appropriate  con forme di democrazia “partecipata”: cioè con processi di consultazione o deliberazione che in un mondo “augmented” o “ibrido” in cui online e offline si intrecciano di continuo, non possono non essere  anche via rete. Software come Ideascale e LiquidFeedback sono  stati sviluppati per permettere la raccolta di idee “from the crowd” (“crowd” fatta di cittadini, o dei membri di una organizzazione o azienda), la selezione di quelle migliori; le esperienze d’uso vengono studiate per capire, ad esempio, quali dinamiche  si innescano tra i partecipanti (quali fenomeni di lobbying) e così via.
Si tratta quindi di strumenti, modelli e processi (fortunatamente) più complessi di quelli della democrazia diretta (una testa, un voto) ma anche della one-click-democracy  che porta a ridurre la partecipazione e l’impegno civico nel fare un click su una pagina Facebook (o simili).

3.    Come ha osservato Tim Berners-Lee  ed i suoi colleghi nel suo articolo “Web Science” (Communication of the ACM, 51.7, 2008), il web può favorire un maggior impegno dei cittadini nella sfera politica, ma c’è bisogno di procedere per “trial, use, and refinement”:  nel ciclo di vita” che propongono, la sperimentazione  nel “macro” serve a verificare cosa “in real-life”  funziona,  cosa no, e perché. L’analisi dei risultati dell’ “esperimento” è fattore insostituibile di progresso  delle conoscenze e degli strumenti. Serve, insomma,  a formulare ipotesi di risposte alle domande da cui siamo partiti, e verificarle sul campo. Quindi, oltre a  scienziati politici, sociologi, giuristi  e giornalisti, a discutere delle tecnologie e delle esperienze appropriate a abilitare nuove forme di democrazia “utopica e e possibile” bisognerebbe chiamare anche chi le sviluppa e chi le prova.

 

Anche in Italia non mancano gli esempi: solo nell’ultima campagna elettorale, per raccogliere idee dai cittadini, Nicola  Zingaretti ha proposto un sito basato su Ideascale (sw proprietario); Umberto Ambrosoli, un sito LiquidFeedback inglobato in un ambiente openDCN (entrambi open source); Mario Monti un sito basato su software custom.  Un’altra iniziativa è in corso a Camogli  da parte di una lista civica che si candida per le prossime elezioni.

Queste piattaforme software, sperimentate nel ”caldo” delle campagne elettorali, possono abilitare, quando poi si governa, processi di consultazione come fatto dal MIUR con le consultazioni svolte nel 2012 (migliorabili soprattutto nel feedback dato a chi ha fatto proposte), usando Ideascale (una sui Principi fondamentali di Internet; un’altra sul programma Horizon 2020). Amministrazioni  locali innovative e “illuminate” possono portare avanti esperienze di “ascolto attivo”, come succede a Udine grazie a un sindaco e un giovane assessore, entrambi docenti universitari di Informatica; altre amministrazioni stanno promuovendo esperienze di bilanci partecipativi che dall’offline stanno andando online (ad esempio nel piccolo comune toscano di Cascina o nella provincia di Pesaro-Urbino).

Sicuramente ce ne sono molte altre. E ci sono gruppi italiani che sviluppano piattaforme di partecipazione, come openDCN, Civiclinks, DeRev, Airesis,  (e ho omesso tutte quelle di social reporting).

 

Tutto ciò mi porta a dire  che la risposta alle domande di Zagrebelsky e De Martin possa e debba venire  (solo) dal confronto tra tutti gli attori sociali e le competenze disciplinari coinvolti:  i ricercatori sociali e politici, giuristi ed esperti di comunicazione che le studiano “dal di fuori”; ma anche gli  informatici che le progettano, sviluppano, e poi gestiscono (con ciò giocando un ruolo di “terza parte” tra cittadini e istituzioni). E non dovrebbero  mancare i (per ora pochi)  politici che promuovono (vere)  iniziative di partecipazione.  Certo è un tavolo affollato. E i cittadini? chi li rappresenta? come ascoltarli ? Ma un’analisi che non includa i punti di vista rilevanti è parziale e potrebbe essere sbagliata. Bisogna (almeno) esserne consapevoli.

 

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