CVD (Come Volevasi Dimostrare): a proposito della triste parabola del Popolo Viola


6 Dicembre, 2010 by fiorella

La convention organizzata ieri, domenica 5 Dicembre 2010 al Teatro Vittoria del quartiere testaccio a Roma, si era chiusa da poco, e sul sito de Il Fatto Quotidiano compariva un pezzo dal titolo significativo La triste parabola del popolo viola a firma di Federico Mello che del Popolo Viola ha seguito le vicende fin dall’inizio e ha anche pubblicato un interessante libro. 

Vorrei contribuire alla riflessione perche’ ritengo che non sia inutile capire le ragioni che hanno portato il Popolo Viola dall’entusiasmante successo del 5 Dicembre 2009, che ha riempito piazza San Giovanni tra lo stupore di molti, attraverso una successione di stiracchiate manifestazioni nel corso del 2010, inclusa quella del 2 ottobre in una Piazza San Giovanni  mezza vuota, fino alla triste commemorazione organizzata domenica scorsa. E’ facile buttarla in politica, come in ultima analisi fa Mello, ma non basta e non e’ il mio mestiere. E’ stato invece per me facile prevedere il destino del Popolo Viola con largo anticipo (mandai il pezzo al Fatto Quotidiano il 4 aprile 2010 senza alcun riscontro; ottenne qualche mese dopo l’attenzione della Associazione dei Comunicatori Pubblici che lo hanno pubblicato sul loro sito con il titolo Social Network e partecipazione politica); ma non e’ stato piacevole osservare il progressivo realizzarsi delle previsioni, senza poterci fare nulla, inutile Cassandra.

Oggi serve tornare sul discorso a vantaggio di altri movimenti nati in rete, che si troveranno inevitabilmente ad affrontare il medesimo problema; e se non lo affrontano faranno la stessa fine del Popolo Viola. Disperdendo le energie di tanti che vogliono rinnovare la politica cogliendo le opportunita’ che la rete offre, ma senza (voler) comprendere che anche la rete ha le sue regole, una sua disciplina che bisogna conoscere, apprendere, e mettere in pratica.

Spieghiamolo con una metafora: se qualcuno vuole organizzare un dibattito politico, cerca uno spazio adatto: una sala riunioni, un teatro un’aula universitaria. Se vuole trasmettere la riunione in streaming si preoccupa che il luogo sia provvisto dei necessari strumenti: microfoni, computer, video-proiettore, connessione Internet. Mentre nessuno prenderebbe in considerazione di affittare una discoteca, neanche quella dotata dei  piu’ sofisticati impianti audio e luci ad effetto.  Ebbene in rete facciamo proprio questo errore. Usiamo uno spazio concepito per incontrare amici e “fare massa” (per fare profitti), per sviluppare il dibattito e consolidare un movimento politico. L’incapacita’ e la non volonta’ di andare oltre Facebook e’ stata la condanna del Popolo Viola. Strumento eccellente per raccogliere l’attenzione e  - in qualche caso fortunato come proprio quello del Popolo Viola - anche per organizzare la mobilitazione, e’ del tutto inadatto per condurre un ragionamento basato su argomenti razionali (dobbiamo o no appoggiare questa o quella proposta?), per garantire che tutte le posizioni abbiano la possibilita’ di esprimersi ed essere considerate adeguatamente (senza volar via dopo pochi minuti nel susseguirsi di post piu’ o meno pertinenti), per sviluppare consenso e prendere decisioni in modo possibilmente democratico.

Una inadeguatezza emersa in occasione  delle recenti elezioni primarie di Milano, quando tutti i quattro candidati hanno – ovviamente – aperto la loro pagina su Facebook. Per aprire un dialogo con gli elettori. Peccato che per porre una domanda a uno di loro, bisognasse prima cliccare su “mi piace”, cioe’ dichiararsi fan. Questa e’ la regola generale su Facebook che diventa un evidente controsenso quando applicata ad una campagna elettorale: io voglio prima discutere con i candidati per decidere poi chi votare. Senza dovermi dichiarare fan a priori. E infatti il problema e’ stato posto da una elettrice che ha scritto sulla pagina Facebook di Pisapia: “Carissimo Pisapia…volevo scriverle democraticamente un commento su questa pagina per cercare di capire le sue posizioni in confronto agli altri candidati; tuttavia trovo davvero ANTIDEMOCRATICO e in violazione del piu’ profondo significato di democrazia, dover per forza accettare la sua pagina con un “mi piace” per poter scrivere un’opinione personale (positiva o negativa che sia)…”. Altri si sono resi conto che la stessa cosa succedeva sulle pagine degli altri candidati, che non fanno alcuna scelta, ma importano e  “subiscono” una scelta di Facebook (Non chiedetemi l’URL per recuperare questi post: le pagine Facebook non hanno permalink e tutto vola via!).

Nel mondo fisico siamo abituati a pensare che la progettazione di spazi adeguati per le varie esigenze, attrezzati con gli opportuni strumenti, sia oggetto di una specifica disciplina: l’architettura. Ciascuno ne ha imparato i rudimenti per attrezzare i luoghi dove vive e lavora, ma talvolta ricorriamo a architetti  professionisti, alcuni dei quali si sono specializzati negli edifici pubblici, altri in spazi per vendere meglio, e cosi0 via. Lo stesso andrebbe fatto online: progettare spazi in rete per discutere e prendere decisioni democraticamente non e’ lo stesso che utilizzare i social network per sviluppare strategie di marketing virale. La non consapevolezza del problema, ritenersi tutti esperti e la mancanza di progettazione condanna al fallimento.

Non poteva sopravvivere a lungo un movimento nato intorno ad una identita’ anonima (San Precario) che poteva “bannare” tutti quando voleva (e’ successo a fine febbraio 2010), che e’ poi scomparso di scena (a fine agosto) senza che venissero definiti ruoli e regole per i “nuovi” amministratori, in uno spazio in cui e’ facile per chiunque lanciare una provocazione, come successe la sera precedente alla manifestazione del 2 ottobre 2010, con messaggi postati da un account mai visto prima con logo la stella a 5 punte delle BR, e come puo’ succedere in ogni momento.

Fara’ la stessa fine, prima o poi, il movimento Cinque Stelle  se non si dara’ una struttura capace di operare democraticamente, in rete e non. Ce ne sono gia’ i sintomi, qualcuno li ha gia’ chiaramente denunciati, basta leggere qui.

La stessa questione riguarda Vendola e il suo movimento: la struttura distribuita delle “fabbriche” deve appoggiarsi a un ambiente di rete capace di coordinare e deliberare senza imposizioni dall’alto e derive centralistiche. Una scommessa per nulla facile.

Chi crede che la politica debba essere rinnovata, e che la rete offra grandi opportunita’ per farlo, dovrebbe prendere molto seriamente l’esperienza del Popolo Viola e intraprendere con decisione la strada della sperimentazione consapevole di ambienti di deliberazione via rete, perche’  la sostenibilità di queste espressioni di impegno civico dipende dal fatto che sappiano passare da strumenti e ambienti di rete capaci di aggregare la protesta a strumenti e ambienti capaci di dare supporto alla democratica elaborazione di proposte. Strumenti significa tecnologie appropriate a condurre un dialogo produttivo; ambienti significa che le tecnologie da sole non bastano a creare luoghi dove sia possibile deliberare democraticamente: ci vuole l’esperienza che permette di gestirle in modo appropriato.

C’è una comunità internazionale che da decenni lavora in questa direzione sviluppando e sperimentando ambienti e strumenti open-source di “deliberazione online” (questo URL puo’ essere un utile entry point). Alcuni italiani ne fanno parte. Il sogno sarebbe far crescere nel nostro Paese una comunità di giovani sviluppatori di software open-source che costruisca la piattaforma della cittadinanza democratica del XXI secolo.

– fiorella

 

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4 Responses to “CVD (Come Volevasi Dimostrare): a proposito della triste parabola del Popolo Viola”

  1. Luigi Selmi Says:

    Mi sembra che dal tuo articolo manchi un pezzo di storia del popolo viola, quello che racconta della nascita dei gruppi locali in seguito all’atteggiamento di chiusura dei responsabili della pagina facebook del popolo viola nota come “paginone”. I gruppi locali si abbandonato il paginone si sono organizzati sul territorio e hanno utilizzato forum e wiki per la comunicazione sul web oltre alle innumerevoli pagine su facebbok. All’interno dei forum sono state attivate anche consultazioni online. Certo non bastano gli strumenti occorre anche definire delle regole e delle procedure per la partecipazione. Per passare ad una fase più matura di proposta e non solo di protesta occorrono altri strumenti per accedere agli atti deliberativi del parlamento, ai dati delle istituzioni e occorre anche che i partiti siano disposti a cedere parte del potere in favore di nuovi organi partecipativi. Di tutto questo si parlerà a Roma il 20 Dicembre prossimo durante l’incontro “Io partecipo! La democrazia nell’era digitale”
    http://bit.ly/hxavHC

  2. Enrica Segneri Says:

    La tua analisi sulla difficile capacità di organizzare spazi virtuali che non rimandino solamente a condivisione di link sotto i quali intavolare scambi di opinione tra adepti, è a mio avviso giustissima. Io ad esempio faccio parte del popolo viola rete gruppi locali frosinone e devo ammettere che, nonostante i quasi 1000 iscritti alla pagina, alle riunioni o a eventi organizzati, siamo sempre i soliti 4 gatti…c\’è qualcosa che non va. Il punto è che fb non è la piattaforma giusta che possa permettere il salto di qualità, perché non possiede i requisiti e gli spazi idonei, fungendo più che altro da crowdsourcing . Il cluster tecnologico che l’Italia ha nei confronti di tanti altri Paesi come ad esempio gli Stati Uniti è enorme e il concetto di e-democracy è praticamente sconosciuto ai più. Era il 1999 e la Bentivegna pubblicava “La politica in rete”, io su testi come quelli mi sono formata e nel mio percorso post lauream ho avuto modo di sperimentarmi anche con realtà di e-learning, avendo lavorato in scuole di formazione, ma sono state tutte fallimentari. A distanza di alcuni anni mi rendo conto che nulla è cambiato, ma la speranza di una costruzione di una RETE vera e tangibile in Italia, nonostante tutto, ce l’ho sempre.

  3. Sandro Cecchi Says:

    Sono perfettamente d’accordo cara Fiorella. Tu dici “Il sogno sarebbe far crescere nel nostro Paese una comunità di giovani sviluppatori di software open-source che costruisca la piattaforma della cittadinanza democratica del XXI secolo.” Perchè un sogno? Che problemi ci sono a farlo diventare realtà? E’ dal ‘94 che ci sbattiamo con Beppe per l’e-democracy. Ormai credo che la tecnologia sia matura per essere applicata. Che aspettiamo? Sicuramente i soloni e i dinosauri della politica di oggi non ci aiuteranno. Era questa una delle possibili task del Popolo Viola se non si fosse sciolto come neve al sola per l’imbecillità dei 4 manigoldi che hanno sfruttato il paginone Facebook per usare il popolo bue da portare in piazza. L’unico modo per arrivare alla piena democrazia è sviluppare l’e-democracy e le primarie libere sennò rimarremo sempre schiavi delle segreterie dei partiti (cioè della mafia che li pervade) e dei soliti profittatori della ingenuità altrui.

  4. Daniella Ambrosino Says:

    Mi riallaccio a quanto ha scritto qui sopra Luigi Selmi per completare il quadro. All’interno del movimento Viola, all’indomani del primo convegno nazionale a Napoli (gennaio 2010) diverse persone si sono rese conto immediatamente della assoluta insufficienza di Facebook e della necessità di una piattaforma ad hoc per discutere e deliberare. I tentativi intrapresi subito non ebbero poi alcun seguito, per la volontà di alcuni di evitare che il movimento potesse darsi un’organizzazione solida anziché “fluida”, e in particolare, da parte degli amministratori della cosiddetta “pagina ufficiale” Facebook, per mantenere una posizione egemonica acquisita senza colpo ferire, semplicemente invitando quanti avevano partecipato al NB Day a iscriversi alla nuova pagina “Il popolo Viola - Onda Viola” per poter rimanere in contatto; posizione egemonica derivante non da alcun mandato ricevuto, ma semplicemente dai privilegi Facebook assegna al fondatore e agli amministratori (non eletti) di una pagina. Inoltre, soprattutto all’interno del PV Roma, già nell’aprile 2010 diverse persone si sono rese conto della necessità assoluta per il movimento Viola di darsi un’organizzazione: di qui è nata l’associazione Violaverso, che per sperimentare un modello funzionante si è data nel maggio 2010 un sito su piattaforma Joomla,
    http://www.violaverso.org/Violaverso/index.php
    sito dotato di Forum e soprattutto di un’assemblea on line con relativo regolamento, studiato in tutti i dettagli, che riteniamo un buon prototipo.
    Contemporaneamente i vari Gruppi locali Viola, consultandosi tramite e-mail e gruppi chiusi Facebook, sono riusciti ad elaborare una Carta etica che bandiva l’anonimato e gettava le basi per la democrazia interna al movimento, contestando che questo venisse identificato con una pagina Facebook autoproclamatasi ufficiale, che non accettava alcun controllo dalla base, ossia dai gruppi locali periferici. La Carta Etica è stata riconosciuta da 52 gruppi locali Viola che hanno costituito una Rete Viola completamente indipendente. Consapevole della insufficienza di Facebook per un’elaborazione collettiva realmente democratica - la Rete Viola, in cui è confluita anche la precedente esperienza di Violaverso, si è data un sito:
    http://www.reteviola.org/
    dotato di Forum per la discussione a livello nazionale e di sottoforum per la discussione a livello locale, e di una piattaforma per il voto elettronico. Il Forum è già pienamente funzionante, mentre il voto elettronico ancora non è stato sperimentato.
    Tutto questo per dire che all’interno del movimento Viola tra gli attivisti è diffusa la consapevolezza che Facebook non è sufficiente né adatto ai bisogni di un movimento politico per la democrazia di base, e che per questo sono già stati fatti molti passi alla ricerca di strumenti telematici funzionali alla democrazia partecipativa.

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