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Smart cities: what about the intelligent citizens and their civic intelligence?


24 Febbraio, 2012 by fiorella
Posted in Online Deliberation, Reti Civiche/Community Network, Tecnologie, e-democracy, e-participation, smart cities | 2 Comments »

Leggendo notizie recenti, last but not least quella odierna Dal governo un miliardo di euro per incentivare le “città intelligenti” mi sembra di tornare indietro agli anni intorno al 1995-1997, quando, dopo qualche hanno di boom delle reti civiche - esperienze originariamente (oltre oceano)  “grassroots” (cioè promosse dal basso, dai cittadini, dalle Università, dalle biblioteche) di cui molte amministrazioni comunali cercarono di appropriarsi nell’immediato post Mani Pulite per far finta di dialogare con i cittadini mentre si stavano dando poco più di una riverniciata -  divenne di moda parlare di, e progettare, Città Digitali. Il Censis ci dedicò vari rapporti, ma ci mise un po’ di anni a comprendere e riconoscere che queste città digitali erano ben lungi dal favorire una  cultura della partecipazione civica: erano siti web delle amministrazioni comunali in perfetto stile “vetrina”, o, se preferite, web 1.0. E da lì iniziò il pianto greco (senza ironia) degli alti investimenti in servizi di e-government pocoo  nulla utilizzati.

Noi  — noi della Rete Civica di Milano, ma anche di altre esperienze nate a ruota in Lombardia: Onde a Desenzano, Insieme a Treviglio, e altre, riunite nella Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, voluta da un lungimirante assessore alla  Cultura della Regione Lombardia, ahimé scomparso troppo presto — allora trovammo una citazione da Du Contract Social di J.J.Rousseau che usavamo per cercare di  spiegare cosa non ci convinceva nel modo in cui le città digitali erano concepite e disegnate in rete: “Les maisons font la ville, mais les citoyens font la cité“. Questo “eccesso” di attenzione ai cittadini ci valse un paragrafo a parte in uno dei rapporti Censis (non ricordo pù se quello del 1996 o del 1997) intitolato “la scuola lombarda” da cui traspariva  una certa diffidenza e presa di distanze.

Ora queste smart cities nascono con una attenzione tutta rivolta a tecnologie,  connettività,  reti intelligenti e smart buildings, device intelligenti ovunque, anche sotto il cuscino degli anziani per monitorarli (controllarli?) a distanza, più attenzione al business che alle persone. La preoccupazione è quindi di rivivere l’esperienza delle città digitali, siti web e servizi online scarsamente utilizzati, proprio perchè progettati come strumenti tecnologici invece che come spazi da vivere, in un continuum tra online e offline, da parte di cittadini digitali consapevoli dei propri diritti: all’accesso, ad una educazione digitale consapevole, a servizi accessibili ed usabili, alla piena trasparenza di tutti i dati pubblici e così via, fino alla possibilità  di usare la rete per fare di un cittadino ciò che lo rende tale, cioè per esercitare il proprio diritto di sovranità, che è bene diverso dall’essere utenti di oggetti e strumenti informatici più o meno smart (sofisticati), o consumatori/clienti di servizi online più o meno utili ed usabili. Alla fine anche il business ne soffre se, come per l’e-government,  questa disattenzione porta  alla non appropriazione degli strumenti da parte di chi dovrebbe avvalersene.

La fiducia nella tecnologia si costruisce in un tessuto sociale capace di mettere le persone in grado di appropriarsene consapevolmente,  sulla base di esigenze ed interessi, individuali, ma anche di gruppi, comitati e associazioni che già popolano  e operano nelle città e anche nello spazio online, troppo spesso ciascuno chiuso nel proprio orticello. La rete può e deve anzitutto connettere e valorizzare questo patrimonio, ritornando al senso antico della città, come luogo di incontro, socializzazione, scambio.  Se sapesse ricreare nel  questa ricchezza anche nel mondo “augmented” (in cui online e offine, analogico e digitale si intrecciano e arricchiscono reciprocamente di continuo), l’Italia dei comuni potrebbe perfino diventare di esempio per il mondo intero.

Per farlo, serve usare un po’ di quel miliardo di euro che oggi il governo dice di voler stanziare sulle città digitali per creare ambienti di condivisione di intelligenza civica e spazi di partecipazione e deliberazione  per quei cittadini attivi che con la loro mobilitazione, le loro scelte e  la capacità di usare i social media, hanno iniziato a cambiare l’Italia a partire dalle elezioni comunali e dai referendum della  primavera 2011; e magari per riportare in Italia un po’ di giovani che per lavorare su questi temi sono dovuti emigrare in centri di ricerca stranieri.