Archive for the ‘e-democracy’ Category

“piattaforme”: politiche, di partecipazione e software.


18 Maggio, 2013 by fiorella
Posted in Online Deliberation, Tecnologie, e-democracy, e-participation | 1 Comment »

Dopo molto parlare e scrivere negli ultimi mesi di rete, democrazia, partecipazione, alla rincorsa della cronaca, con analisi spesso superficiali, e più domande che risposte, o almeno contribute utili a elaborarle, la settimana che si sta chiudendo ha visto due notizie che fanno sperare  che si possa iniziare a discutere e lavorare in modo più approfondito su temi la cui complessità non permette semplificazioni (altrimenti non si fa molta strada).

 

La prima notizia è la pubblicazione da parte del Servizio Informatica del Senato, in collaborazione con la Fondazione <ahref dello studio “I media civici in ambito parlamentare: strumenti disponibili e possibili scenari d’uso“. Verrà presentato a Roma il prossimo martdi 28 maggio, nell’ambito di Forum PA, nel convegno  Democrazia continua. Le tecnologie per la politica ampliano i confini della democrazia rappresentativa ed aprono nuove opportunità di partecipazione democratica”. Pur avendo indirettamente contributo al rapporto, avendo svolto una relazione presso il Servizio Informatica del Senato lo scorso febbario (le slide sono in allegato al rapporto), non bo ancora avuto modo di leggerlo per intero. Ma si coglie già ad una prima “sfogliata” che si tratta di uno sforzo significativo per affrontare un tema complesso e delicato (come ha già osservato Arturo Di Corinto su LaRepubblica.it)

La seconda notizia è l’iniziativa di Stefano Boeri e Renato Soru presentata ieri sera a Milano al circolo Arci-Bellezza in un incontro su Rete, Politica, Partecipazione


“Dove è la notizia? dove è la novità?”, si chiedeva qualcuno alla fine dell’incontro. Non è una delle tante iniziative che si susseguono in questo periodo in area PD?

Per me (informatica che dal 1994, son quasi 20 anni, lavora sul fronte dell’e-participation e e-democracy) la (grande) novità è che questa volta la progettazione di una piattaforma online è presentata come un elemento costitutivo e imprescindibile della proposta politica. E questo ovviamente grazie al fatto che nella “strana coppia” di amici che la propone, uno dei due – Renato Soru – ha la rete, potremmo dire metaforicamente, nel DNA. E non si limita ad enunciare un principio, ma lo mette in atto con una sua proposta, il sito Sardegna Democratica, già operativo da un po’ di tempo. Esperienza che, insieme alla sua esperienza politica di governatore della Sardegna, lo porta a riflettere  molto concretamente su quali strumenti (tools software con specifiche feature)  sono necessari per abilitare la partecipazione politica di militanti ed elettori e poter vincere le elezioni (questo l’obiettivo insistentemente ripetuto da Soru). Questa concretizzazione è assolutamente originale, altri l’hanno intuita (ad esempio Marco Revelli nel suo recente libro  Finale di partito e Fabrizio Barca nel suo recente “manifesto” Un partito nuovo per un buon governo),  ma senza gli strumenti concettuali per precisarla.

 

Ma ieri sera è anche emerso il rischio che l’originalità e innovatività della proposta non vengano comprese se non si distinguono con chiarezza i tre livelli che essa contiene e che ruotano intorno ad un termine: “piattaforma”.

 

C’è infatti una piattaforma politica: un’idea della società, del partito, di come incidere nella crisi. Questa si confronta con altre ipotesi sul campo, ad esempio (citata di striscio ieri sera) quella avanzata da Fabrizio Barca. Non è mio mestiere affrontare questo livello, ma è mio mestiere chiarire che Boeri e Soru pensano che la loro piattaforma politica non possa prescindere dalla creazione di piattaforme (o spazi) di partecipazione (in senso lato) online. Si tratta di spazi online (o “isole nella rete” per dirla con Bruce Sterling e Howard Rheingold)  costruiti per favorire processi di partecipazione  con un  inevitabile intreccio tra online e offline. Infatti fanno spesso riferimento, più o meno esplicito, ad un territorio, dove l’intreccio online/offline è immediato. Qui gli esempi sono infiniti, ma per restare a quelli recenti, alcuni citati ieri sera: è una piattaforma di partecipazione Sardegna Democratica,; lo sono quella promossa da Umberto Ambrosoli per raccogliere dei cittadini per articolare il suo programma elettorale e quella che Fondazione RCM gestisce da anni “intorno” a Milano (partecipaMi) in un rapporto “autonomo” con le istituzioni cittadine. E’ una piattaforma di partecipazione non legata a un territorio il blog di Beppe Grillo mentre sono legati a specifici luoghi i vari “meet-up” del MoVimento 5 Stelle. Sono tutte aperte ai cittadini qualunque, ma diverse nella “ownership” (cioè, chi le promuove e gestisce):  quelle appena citate sono tutte promosse da un soggetto politico, tranne partecipaMi  promossa da un soggetto terzo “neutro” dalla politica che vuole offrire uno spazio di dialogo e confronto aperto a tutti, cittadini di tutti i “colori” e istituzioni (con i problemi che questo comporta). Una piattaforma di partecipazione promossa da una istituzione è ad esempio quella del Comune di Udine. Di conseguenza è diverso ciò che in ciascun caso è possibile e lecito fare: c’è  un “patto partecipativo” (purtroppo lasciato di solito implicito), e delle regole (idem)  che ne garantiscono (più o meno efficacemente) l’applicazione in modo più o meno democratico (in primis, permettendo a tutti di esprimersi con un ragionevole dispendio di tempo e risorse). C’è cioè una struttura sociale che si costruisce in rete e si intreccia con quella  fisica. Chi definisce questa struttura sociale? chi realizza  la piattaforma di partecipazione sulla base delle indicazioni del promotore (l’ “owner”). Con quali strumenti la costruisce?

 

Qui entrano in gioco le piattaforme software, che sono insiemi di strumenti software (più o meno) integrati che permettono di svolgere le attività rilevanti per chi vuole partecipare: sottoporre una idea, commentarla, votarla; segnalare un evento; fare una video-chat; condividere documenti; etc.  Le piattaforme di partecipazione sono realizzate (“powered”) da diverse piattaforme software. Sardegna Democratica è basata sulla piattaforma sw realizzata da Soru, che ieri sera ha annunciato di volerla potenziare per rendere sempre più facile la realizzazione e gestione di piattaforme di partecipazione; e questo fa parte integrante della piattaforma politica sua e di Stefano Boeri che ha detto di voler costruire una piattaforma di partecipazione per Milano, auspicando la collaborazione con quelle che già esistono. partecipaMi è realizzata con la piattaforma software open-source openDCN al cui sviluppo Laboratorio di Informatica Civica e  Fondazione RCM lavorano da anni. LiquidFeedback è una piattaforma open-source di deliberazione online su proposte raccolte dagli iscritti (alla piattaforma, che possono essere iscritti a un partito/movimento o cittadini generici a seconda delle scelte di disegno della struttura sociale che si sono fatte). Altre piattaforme software sono elencate nel rapporto del Servizio Informatica del Senato sopra citato.
E’ bene sottolineare quindi che  con la stessa piattaforma software si possono realizzare ambienti di partecipazione in rete diversi sulla base delle diverse scelte di configurazione degli strumenti e di progettazione della struttura sociale. Ma è al tempo stesso vero che alcuni elementi/caratteristiche sono “embedded” (inglobati) nel software: il caso più evidente (ma non l’unico) è che tutte le piattaforme di deliberazione online includono un meccanismo di  scelta di preferenza tra varie alternative, cioè, in ultima istanza, un meccanismo di voto. Le modalità di voto (SI/NO, scelta multipla, cumulativa, vari tipi di ordinamento, tra cui quello “di Schultze” incluso in LiquidFeedback) e le proprietà del voto (unicità, segretezza, verificabilità, etc) diventano quindi caratteristiche del software, ed è per questo che è bene che il software per gli ambienti di partecipazione sia software aperto.

 

Proprio per questa ragione è importante creare occasioni di confronto di queste piattaforme software: nessuna è oggi completa e adeguata all’insieme delle esigenze di processi democratici partecipativi. Credo che nessun soggetto possa pensare di riuscirci da solo. Bisogna sviluppare il software con consapevolezza (possibilmente con qualche “modello” in mente) e sperimentarlo sul campo con altrettanta consapevolezza e attenzione perché si tratta di esperimenti in “real-life”. Analizzare i risultati, capire cosa funziona e cosa no, mettere a punto, riprovarci. Servono le competenze di varie discipline (informatica, scienza politica, sociologia, giurisprudenza) e l’esperienza di chi le prova sul campo (cittadini, politici, ma anche amministratori di sistema su cui spesso si scaricano grosse responsabilità).

 

Anche se sono passate alcune decadi  da quando si è cominciato a lavorarci, siamo ancora all’inizio. La buona notizia di questi ultimi tempi è che  to “tsunami” Grillo ha – finalmente – fatto capire che nel XXI secolo la politica non può prescindere dalla rete. La buona notizia di questi giorni è che si è fatto un passo avanti: la proposta di una piattaforma politica non può prescindere dalla accurata e consapevole progettazione di una piattaforma in partecipazione che ha bisogno di avvalersi di  una appropriata piattaforma software.

 

– fiorella

 

Tags: , , , , , , , ,

Smart cities: what about the intelligent citizens and their civic intelligence?


24 Febbraio, 2012 by fiorella
Posted in Online Deliberation, Reti Civiche/Community Network, Tecnologie, e-democracy, e-participation, smart cities | 2 Comments »

Leggendo notizie recenti, last but not least quella odierna Dal governo un miliardo di euro per incentivare le “città intelligenti” mi sembra di tornare indietro agli anni intorno al 1995-1997, quando, dopo qualche hanno di boom delle reti civiche - esperienze originariamente (oltre oceano)  “grassroots” (cioè promosse dal basso, dai cittadini, dalle Università, dalle biblioteche) di cui molte amministrazioni comunali cercarono di appropriarsi nell’immediato post Mani Pulite per far finta di dialogare con i cittadini mentre si stavano dando poco più di una riverniciata -  divenne di moda parlare di, e progettare, Città Digitali. Il Censis ci dedicò vari rapporti, ma ci mise un po’ di anni a comprendere e riconoscere che queste città digitali erano ben lungi dal favorire una  cultura della partecipazione civica: erano siti web delle amministrazioni comunali in perfetto stile “vetrina”, o, se preferite, web 1.0. E da lì iniziò il pianto greco (senza ironia) degli alti investimenti in servizi di e-government pocoo  nulla utilizzati.

Noi  — noi della Rete Civica di Milano, ma anche di altre esperienze nate a ruota in Lombardia: Onde a Desenzano, Insieme a Treviglio, e altre, riunite nella Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, voluta da un lungimirante assessore alla  Cultura della Regione Lombardia, ahimé scomparso troppo presto — allora trovammo una citazione da Du Contract Social di J.J.Rousseau che usavamo per cercare di  spiegare cosa non ci convinceva nel modo in cui le città digitali erano concepite e disegnate in rete: “Les maisons font la ville, mais les citoyens font la cité“. Questo “eccesso” di attenzione ai cittadini ci valse un paragrafo a parte in uno dei rapporti Censis (non ricordo pù se quello del 1996 o del 1997) intitolato “la scuola lombarda” da cui traspariva  una certa diffidenza e presa di distanze.

Ora queste smart cities nascono con una attenzione tutta rivolta a tecnologie,  connettività,  reti intelligenti e smart buildings, device intelligenti ovunque, anche sotto il cuscino degli anziani per monitorarli (controllarli?) a distanza, più attenzione al business che alle persone. La preoccupazione è quindi di rivivere l’esperienza delle città digitali, siti web e servizi online scarsamente utilizzati, proprio perchè progettati come strumenti tecnologici invece che come spazi da vivere, in un continuum tra online e offline, da parte di cittadini digitali consapevoli dei propri diritti: all’accesso, ad una educazione digitale consapevole, a servizi accessibili ed usabili, alla piena trasparenza di tutti i dati pubblici e così via, fino alla possibilità  di usare la rete per fare di un cittadino ciò che lo rende tale, cioè per esercitare il proprio diritto di sovranità, che è bene diverso dall’essere utenti di oggetti e strumenti informatici più o meno smart (sofisticati), o consumatori/clienti di servizi online più o meno utili ed usabili. Alla fine anche il business ne soffre se, come per l’e-government,  questa disattenzione porta  alla non appropriazione degli strumenti da parte di chi dovrebbe avvalersene.

La fiducia nella tecnologia si costruisce in un tessuto sociale capace di mettere le persone in grado di appropriarsene consapevolmente,  sulla base di esigenze ed interessi, individuali, ma anche di gruppi, comitati e associazioni che già popolano  e operano nelle città e anche nello spazio online, troppo spesso ciascuno chiuso nel proprio orticello. La rete può e deve anzitutto connettere e valorizzare questo patrimonio, ritornando al senso antico della città, come luogo di incontro, socializzazione, scambio.  Se sapesse ricreare nel  questa ricchezza anche nel mondo “augmented” (in cui online e offine, analogico e digitale si intrecciano e arricchiscono reciprocamente di continuo), l’Italia dei comuni potrebbe perfino diventare di esempio per il mondo intero.

Per farlo, serve usare un po’ di quel miliardo di euro che oggi il governo dice di voler stanziare sulle città digitali per creare ambienti di condivisione di intelligenza civica e spazi di partecipazione e deliberazione  per quei cittadini attivi che con la loro mobilitazione, le loro scelte e  la capacità di usare i social media, hanno iniziato a cambiare l’Italia a partire dalle elezioni comunali e dai referendum della  primavera 2011; e magari per riportare in Italia un po’ di giovani che per lavorare su questi temi sono dovuti emigrare in centri di ricerca stranieri.


Monti: una consultazione “erga omnes” grazie a Internet


6 Dicembre, 2011 by fiorella
Posted in Online Deliberation, e-democracy, e-participation | No Comments »

Chi ne ha parlato, ha usato questi termini: Monti: Internet è il tavolo della concertazione (webnews) oppure  Monti e la concertazione: passo importante verso l’e-democracy  (webnotes, il blog di Anna Masera, su LaStampa.it).

Credo che sia opportuno attenersi il più fedelmente possibile alle parole usate dal Presidente del Consiglio: “Io vengo e alcuni membri del governo vengono da una tradizione di decisioni pubbliche nel contesto europeo  […] la consultazione per la quale io ho più simpatia è quella fatta in modo trasparente e erga omnes: cioè il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza, ha … può permettersi un po’ di tempo, produce un bel Libro Verde, lo mette su Internet, sollecita entro trenta giorni, sessanta giorni, dipende dalla materia, la formulazione di opinioni, di pareri, pubblica queste opinioni e pareri sul sito. Tutti sanno chi ha raccomandato qualcosa, chi sconsigliato qualcosa e poi il commissario, la commissione, il ministro, il governo nelle sue responsabilità, prendono la decisione.” (1)

Quindi consultazione (e non concertazione) trasparente “erga omnes”: in cui chi ne ha ruolo, continua a prendere la decisione.

E’ un segnale importante per il ruolo che può avere la rete per coinvolgere i cittadini nell’azione di governo (va notato che Monti si cautela sottolineando che ciò è possibile quando “il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza”). Nulla di particolarmente nuovo di per sè, visto che sono passati dieci anni dalla  Recommendation Rec(2001)19 of the Committee of Ministers to member states on the participation of citizens in local public life basata su alcuni principi tanto fondamentali quanto innovativi (2).

Un segnale sicuramente significativo nel nostro Paese dove, nonostante un piano di e.democracy lanciato nel 2004, è  tuttora difficile incontrare esperienze di consultazione dei cittadini che proseguono nel corso tempo.

Forse quello dei provevdimenti appena varati non è  il contesto migliore per rendere questo segnale popolare. Ma è proprio la drammaticità della crisi che può “costringere” a sperimentare forme nuove, e più partecipate, di governo. Se le risorse sono poche, decidere come usarle è ancora più delicato. Le esperienze da cui imparare non sono sempre solo all’estero: ad esempio, si può imparare dall’esperienza del Bilancio Partecipato del Comune di Canegrate. Tre edizioni (2008, 2009, 2010) con un crescendo di partecipazione alle tre fasi del processo: (a) raccolta delle  proposte da parte dei cittadini; (b) catalogazione delle proposte  e verifica di fattibilità tecnica da parte dello staff del progetto; (c)  votazione priorità di nuovo da parte dei cittadini per posta, via rete, e alla assemblea di chiusura.  Ma soprattutto una esperienza “educativa” che porta noi cittadini a confrontarci con la dura realtà della coperta troppo corta: se la tiro da una parte, resto scoperto dall’altra. Ma almeno decido anche io cosa voglio coprire!

Resta comunque aperta la questione della progettazione degli spazi online e degli strumenti adeguati per rendere possibile questa consultazione: ne ho scrittopochi giorni fa rispondendo a Marco Belpoliti sul “caso Milano” e per ora rimando a quel contributo.

(1) Ripreso da webnotes che sua  volta ringrazia Sofia Ventura per la trascrizione del discorso di Monti su Facebook (ma il link riportato non è più attivo).
(2)  Riporto qui i primi 7 principi alla base della della sopra citata “Raccomandazione”:

  1. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express
  2. Guarantee the right of citizens to have access to clear, comprehensive information about the various matters of concern to their local community and to have a say in major decisions affecting its future
  3. Seek for new ways to enhance civic-mindedness and to promote a culture of democratic participation shared by communities and local authorities.
  4. Develop the awareness of belonging to a community and encourage citizens to accept their responsibility to contribute to the life of their communities
  5. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express.:
  6. Adopt a comprehensive approach to the issue of citizens’ participation, having regard both to the machinery of representative democracy and to the forms of direct participation in the decision-making process and the management of local affairs.
  7. Avoid overly rigid solutions and allow for experimentation, giving priority to empowerment rather than to laying down rules; consequently, provide for a wide range of participation instruments, and the possibility of combining them and adapting the way they are used according to the circumstances.
Tags: , , ,

CVD (Come Volevasi Dimostrare): a proposito della triste parabola del Popolo Viola


6 Dicembre, 2010 by fiorella
Posted in Online Deliberation, Social Networking, Tecnologie, e-democracy | 4 Comments »

La convention organizzata ieri, domenica 5 Dicembre 2010 al Teatro Vittoria del quartiere testaccio a Roma, si era chiusa da poco, e sul sito de Il Fatto Quotidiano compariva un pezzo dal titolo significativo La triste parabola del popolo viola a firma di Federico Mello che del Popolo Viola ha seguito le vicende fin dall’inizio e ha anche pubblicato un interessante libro. 

Vorrei contribuire alla riflessione perche’ ritengo che non sia inutile capire le ragioni che hanno portato il Popolo Viola dall’entusiasmante successo del 5 Dicembre 2009, che ha riempito piazza San Giovanni tra lo stupore di molti, attraverso una successione di stiracchiate manifestazioni nel corso del 2010, inclusa quella del 2 ottobre in una Piazza San Giovanni  mezza vuota, fino alla triste commemorazione organizzata domenica scorsa. E’ facile buttarla in politica, come in ultima analisi fa Mello, ma non basta e non e’ il mio mestiere. E’ stato invece per me facile prevedere il destino del Popolo Viola con largo anticipo (mandai il pezzo al Fatto Quotidiano il 4 aprile 2010 senza alcun riscontro; ottenne qualche mese dopo l’attenzione della Associazione dei Comunicatori Pubblici che lo hanno pubblicato sul loro sito con il titolo Social Network e partecipazione politica); ma non e’ stato piacevole osservare il progressivo realizzarsi delle previsioni, senza poterci fare nulla, inutile Cassandra.

Oggi serve tornare sul discorso a vantaggio di altri movimenti nati in rete, che si troveranno inevitabilmente ad affrontare il medesimo problema; e se non lo affrontano faranno la stessa fine del Popolo Viola. Disperdendo le energie di tanti che vogliono rinnovare la politica cogliendo le opportunita’ che la rete offre, ma senza (voler) comprendere che anche la rete ha le sue regole, una sua disciplina che bisogna conoscere, apprendere, e mettere in pratica.

Spieghiamolo con una metafora: se qualcuno vuole organizzare un dibattito politico, cerca uno spazio adatto: una sala riunioni, un teatro un’aula universitaria. Se vuole trasmettere la riunione in streaming si preoccupa che il luogo sia provvisto dei necessari strumenti: microfoni, computer, video-proiettore, connessione Internet. Mentre nessuno prenderebbe in considerazione di affittare una discoteca, neanche quella dotata dei  piu’ sofisticati impianti audio e luci ad effetto.  Ebbene in rete facciamo proprio questo errore. Usiamo uno spazio concepito per incontrare amici e “fare massa” (per fare profitti), per sviluppare il dibattito e consolidare un movimento politico. L’incapacita’ e la non volonta’ di andare oltre Facebook e’ stata la condanna del Popolo Viola. Strumento eccellente per raccogliere l’attenzione e  - in qualche caso fortunato come proprio quello del Popolo Viola - anche per organizzare la mobilitazione, e’ del tutto inadatto per condurre un ragionamento basato su argomenti razionali (dobbiamo o no appoggiare questa o quella proposta?), per garantire che tutte le posizioni abbiano la possibilita’ di esprimersi ed essere considerate adeguatamente (senza volar via dopo pochi minuti nel susseguirsi di post piu’ o meno pertinenti), per sviluppare consenso e prendere decisioni in modo possibilmente democratico.

Una inadeguatezza emersa in occasione  delle recenti elezioni primarie di Milano, quando tutti i quattro candidati hanno – ovviamente – aperto la loro pagina su Facebook. Per aprire un dialogo con gli elettori. Peccato che per porre una domanda a uno di loro, bisognasse prima cliccare su “mi piace”, cioe’ dichiararsi fan. Questa e’ la regola generale su Facebook che diventa un evidente controsenso quando applicata ad una campagna elettorale: io voglio prima discutere con i candidati per decidere poi chi votare. Senza dovermi dichiarare fan a priori. E infatti il problema e’ stato posto da una elettrice che ha scritto sulla pagina Facebook di Pisapia: “Carissimo Pisapia…volevo scriverle democraticamente un commento su questa pagina per cercare di capire le sue posizioni in confronto agli altri candidati; tuttavia trovo davvero ANTIDEMOCRATICO e in violazione del piu’ profondo significato di democrazia, dover per forza accettare la sua pagina con un “mi piace” per poter scrivere un’opinione personale (positiva o negativa che sia)…”. Altri si sono resi conto che la stessa cosa succedeva sulle pagine degli altri candidati, che non fanno alcuna scelta, ma importano e  “subiscono” una scelta di Facebook (Non chiedetemi l’URL per recuperare questi post: le pagine Facebook non hanno permalink e tutto vola via!).

Nel mondo fisico siamo abituati a pensare che la progettazione di spazi adeguati per le varie esigenze, attrezzati con gli opportuni strumenti, sia oggetto di una specifica disciplina: l’architettura. Ciascuno ne ha imparato i rudimenti per attrezzare i luoghi dove vive e lavora, ma talvolta ricorriamo a architetti  professionisti, alcuni dei quali si sono specializzati negli edifici pubblici, altri in spazi per vendere meglio, e cosi0 via. Lo stesso andrebbe fatto online: progettare spazi in rete per discutere e prendere decisioni democraticamente non e’ lo stesso che utilizzare i social network per sviluppare strategie di marketing virale. La non consapevolezza del problema, ritenersi tutti esperti e la mancanza di progettazione condanna al fallimento.

Non poteva sopravvivere a lungo un movimento nato intorno ad una identita’ anonima (San Precario) che poteva “bannare” tutti quando voleva (e’ successo a fine febbraio 2010), che e’ poi scomparso di scena (a fine agosto) senza che venissero definiti ruoli e regole per i “nuovi” amministratori, in uno spazio in cui e’ facile per chiunque lanciare una provocazione, come successe la sera precedente alla manifestazione del 2 ottobre 2010, con messaggi postati da un account mai visto prima con logo la stella a 5 punte delle BR, e come puo’ succedere in ogni momento.

Fara’ la stessa fine, prima o poi, il movimento Cinque Stelle  se non si dara’ una struttura capace di operare democraticamente, in rete e non. Ce ne sono gia’ i sintomi, qualcuno li ha gia’ chiaramente denunciati, basta leggere qui.

La stessa questione riguarda Vendola e il suo movimento: la struttura distribuita delle “fabbriche” deve appoggiarsi a un ambiente di rete capace di coordinare e deliberare senza imposizioni dall’alto e derive centralistiche. Una scommessa per nulla facile.

Chi crede che la politica debba essere rinnovata, e che la rete offra grandi opportunita’ per farlo, dovrebbe prendere molto seriamente l’esperienza del Popolo Viola e intraprendere con decisione la strada della sperimentazione consapevole di ambienti di deliberazione via rete, perche’  la sostenibilità di queste espressioni di impegno civico dipende dal fatto che sappiano passare da strumenti e ambienti di rete capaci di aggregare la protesta a strumenti e ambienti capaci di dare supporto alla democratica elaborazione di proposte. Strumenti significa tecnologie appropriate a condurre un dialogo produttivo; ambienti significa che le tecnologie da sole non bastano a creare luoghi dove sia possibile deliberare democraticamente: ci vuole l’esperienza che permette di gestirle in modo appropriato.

C’è una comunità internazionale che da decenni lavora in questa direzione sviluppando e sperimentando ambienti e strumenti open-source di “deliberazione online” (questo URL puo’ essere un utile entry point). Alcuni italiani ne fanno parte. Il sogno sarebbe far crescere nel nostro Paese una comunità di giovani sviluppatori di software open-source che costruisca la piattaforma della cittadinanza democratica del XXI secolo.

– fiorella

 

Tags: , , , ,

Online Town Hall alla Casa Bianca


26 Marzo, 2009 by fiorella
Posted in e-democracy | No Comments »

Si e’ appena chiuso sul sito della Casa Bianca il primo esperimento di Online Town Hall proposto dal Presidente Barak Obama.

“Una delle mie priorita’ come Presidente e’ di aprire la Casa Bianca agli Americani” dice Obama nel breve video che illustra l’iniziativa “…. perche’ abbiano la possibilita’ di partecipare loro stessi. …..” Prosegue rivolgendosi ai cittadini americani a proposito della crisi economica “Molti di voi sono preoccupati, e hanno molte domande, e volete sapere cosa sta facendo il governo per riportare l’economia sul binario giusto. Voi meritate queste risposte. Per questo intendo provare qualcosa di un po’ diverso. Vogliamo approfittare delle possibilita’ offerte da Internet per portare tutti voi alla Casa Bianca per parlare dell’economia…..”

Questa la risposta dei cittadini americani: 92,931 persone hanno sottoposto  104,103 domande sull’economia e con 3,606,286 voti hanno appoggiato le domande formulate.

Che questi esperimenti facciano da volano per spingere anche da noi ad approfittare davvero delle possibilita’ offerte da Internet [e non della loro banalizzazione con gli emoticons del ministro Brunetta] ?

– fiorella
PS
grazie a Francesco Giancano che mi ha segnalto l’articolo di Giovanni Arata su Punto Informatico


Internet e Democrazia/Politica


22 Ottobre, 2008 by fiorella
Posted in e-democracy | No Comments »

Il 10 ottobre scorso, nell’ambito del convegno Democrazia e Conoscenza organizzato per  celebrare i dieci anni dell’Universita’ di Milano-Bicocca, si e’ tenuta una sessione sulla Democrazia Digitale.

Il giorno prima a Copenhagen un gruppo di ricercatori, la maggior parte dei quali gia’ collegati tra loro nel progetto DEMO-net, a cui si sono aggiunti, su invito, un norvegese e un’italiana, hanno costituito l’associazione eParticipation Network con l’obiettivo di essere un punto di riferimento “for eParticipation research and practice”.

Oggi a Cagliari, da cui scrivo, si apre l’Internet Governance Forum Italia, ospitato dalla Regione Sardegna tra gli eventi in preparazione del prossimo G8: tra le sessioni di domani una su Internet e Politica.

Pur declinato con sfumature diverse, il tema e’ il medesimo e sembra di nuovo caldo: il bisogno avvertito da tanti di contaminare la democrazia rappresentativa con elementi di democrazia deliberativa, cioe’ con elementi di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni che li riguardano; la convinzione di tanti che internet possa offrire una piattaforma  di partecipazione e deliberazione dove governanti e governati, cittadini, amministratori e politici possono costruire spazi di dialogo in parte liberati dalla logica delle ideologie e degli schieramenti; ma anche la delusione nel verificare quanto sia difficile far passi avanti in questa direzione.

Ma, come succede a Report, ci sono anche le buone notizie. E la buona notizia qui per me e’ stata scoprire un politico che conoscevo di nome ma non avevo mai sentito parlare di persona, un politico che (come qualcun altro) ha iniziato come imprenditore: Renato Soru, “quello di Tiscali”, oggi Presidente della Regione Sardegna. Ma che come tale ha assunto un diverso punto di vista e si e’ preso la responsabilita’ di difendere e proteggere il patrimonio della sua comunita’. Sono note le sue battaglie per bloccare ulteriori cementificazioni delle coste della Sardegna, e le critiche e le antipatie che questi provvedimenti gli hanno procurato. Ma Soru e’ stato molto chiaro nell’affermare che troppo tardi abbiamo compreso che il territorio e l’ambiente sono (preziosi) beni comuni il cui sfruttamento non puo’ essere lasciato al puro interesse (profitto) di chi li possiede. Proprio perche’ beni comuni il loro utilizzo deve essere regolato nell’interesse della collettivita’.
Allo stesso modo sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze di liberismo che rifugge e rifiuta ogni regola nei mercati finanziari. Forse si e’ arrivati appena in tempo a comprendere necessita’ di regole e di interventi da parte di chi (gli Stati) devono tutelare gli interessi di tutti e non solo di qualcuno.
Ad una platea qualificata e affollata di persone che in questi hanno “fatto” e “pensato” alla rete (per citare solo qualcuno — gli altri non me ne vogliano: Stefano Rodota’, gia’ garante della privacy; Fiorello Cortiana, che come senatore e’ stato paladino dei diritti della rete, ad esempio contro il  Decreto Urbani che invece assumeva il punto di vista delle “major” discografiche; Stefano Quintarelli e Joy Marino, da sempre protagonisti di Internet in Italia  e animatori dell’AIIP; Stefano Trumpy, presidente ISOC, Internet Society Italia), e che hanno ben presente come la rete sia piattaforma di condivisione di esperienze e conoscenze, il vero patrimonio e bene condiviso (common) nella Societa’ dell’Informazione e della Conoscenza, Soru ha chiesto di riflettere se l’assenza di regole che ha governato finora la rete, e che per molti e’ un bene intoccabile, non debba invece essere ripensata proprio per tutelarla in quanto bene comune. Prima di trovarla devastata da quelli stessi che, per profitto, hanno devastato l’economia e l’ambiente.

Con cio’ affidando una chiara mission all’Internet Governance Forum italiano (come articolazione nazionale dell’Igf , la cui prossima riunione sara’ a dicembre in India, a Hyderabad) che verra’ costituito al termine di questa tre giorni di lavoro.


Tools for Participation: Collaboration, Deliberation and Decision Support


11 Giugno, 2008 by fiorella
Posted in e-democracy, e-participation | No Comments »

E’ questo il titolo della Conferenza Internazionale che si terrà a fine giugno a Berkely (CA, US).

Mette insieme, sotto l’egida di Computer Professionals for Social Responsibility e di UC Berkeley School of Information, due eventi: la III Conferenza Internazionale su Online Deliberation (la prima fu a Carnegie-Mellon nel 2003, la seconda a Stanford nel 2005); e la IX edizione di Directions and Implications of Advanced Computing Symposium (DIAC).

Un breve estratto dalla call:

At the dawn of the 21st century humankind faces challenges of
profound proportions. The ability of people around the world to
discuss, work, make decisions, and take action collaboratively is
one of the most important capabilities for addressing these challenges.

Researchers, scholars, activists, advocates, artists, educators,
technologists, designers, students, policy-makers, entrepreneurs,
journalists and citizens are rising to these challenges in many
ways, including, devising new communication technologies that build
on the opportunities afforded by the Internet and other new (as
well as old) media. The interactions between technological and
social systems are of special and central importance in this area.

We are especially interested in technology development that is
already being tested or fielded. We are also interested in theoretical
and other intellectual work that helps build understanding and
support for future efforts. In addition to exploring social technology,
we must at the same time understand and advance the social context
of technology, including its design, access, use, policy and
evaluation, as well as intellectual frameworks and perspectives
that inform technological as well as social innovation including
requirements, case studies, critique and self-reflection, and
infrastructures for future work.

Tags: ,