“piattaforme”: politiche, di partecipazione e software.


18 Maggio, 2013 by fiorella
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Dopo molto parlare e scrivere negli ultimi mesi di rete, democrazia, partecipazione, alla rincorsa della cronaca, con analisi spesso superficiali, e più domande che risposte, o almeno contribute utili a elaborarle, la settimana che si sta chiudendo ha visto due notizie che fanno sperare  che si possa iniziare a discutere e lavorare in modo più approfondito su temi la cui complessità non permette semplificazioni (altrimenti non si fa molta strada).

 

La prima notizia è la pubblicazione da parte del Servizio Informatica del Senato, in collaborazione con la Fondazione <ahref dello studio “I media civici in ambito parlamentare: strumenti disponibili e possibili scenari d’uso“. Verrà presentato a Roma il prossimo martdi 28 maggio, nell’ambito di Forum PA, nel convegno  Democrazia continua. Le tecnologie per la politica ampliano i confini della democrazia rappresentativa ed aprono nuove opportunità di partecipazione democratica”. Pur avendo indirettamente contributo al rapporto, avendo svolto una relazione presso il Servizio Informatica del Senato lo scorso febbario (le slide sono in allegato al rapporto), non bo ancora avuto modo di leggerlo per intero. Ma si coglie già ad una prima “sfogliata” che si tratta di uno sforzo significativo per affrontare un tema complesso e delicato (come ha già osservato Arturo Di Corinto su LaRepubblica.it)

La seconda notizia è l’iniziativa di Stefano Boeri e Renato Soru presentata ieri sera a Milano al circolo Arci-Bellezza in un incontro su Rete, Politica, Partecipazione


“Dove è la notizia? dove è la novità?”, si chiedeva qualcuno alla fine dell’incontro. Non è una delle tante iniziative che si susseguono in questo periodo in area PD?

Per me (informatica che dal 1994, son quasi 20 anni, lavora sul fronte dell’e-participation e e-democracy) la (grande) novità è che questa volta la progettazione di una piattaforma online è presentata come un elemento costitutivo e imprescindibile della proposta politica. E questo ovviamente grazie al fatto che nella “strana coppia” di amici che la propone, uno dei due – Renato Soru – ha la rete, potremmo dire metaforicamente, nel DNA. E non si limita ad enunciare un principio, ma lo mette in atto con una sua proposta, il sito Sardegna Democratica, già operativo da un po’ di tempo. Esperienza che, insieme alla sua esperienza politica di governatore della Sardegna, lo porta a riflettere  molto concretamente su quali strumenti (tools software con specifiche feature)  sono necessari per abilitare la partecipazione politica di militanti ed elettori e poter vincere le elezioni (questo l’obiettivo insistentemente ripetuto da Soru). Questa concretizzazione è assolutamente originale, altri l’hanno intuita (ad esempio Marco Revelli nel suo recente libro  Finale di partito e Fabrizio Barca nel suo recente “manifesto” Un partito nuovo per un buon governo),  ma senza gli strumenti concettuali per precisarla.

 

Ma ieri sera è anche emerso il rischio che l’originalità e innovatività della proposta non vengano comprese se non si distinguono con chiarezza i tre livelli che essa contiene e che ruotano intorno ad un termine: “piattaforma”.

 

C’è infatti una piattaforma politica: un’idea della società, del partito, di come incidere nella crisi. Questa si confronta con altre ipotesi sul campo, ad esempio (citata di striscio ieri sera) quella avanzata da Fabrizio Barca. Non è mio mestiere affrontare questo livello, ma è mio mestiere chiarire che Boeri e Soru pensano che la loro piattaforma politica non possa prescindere dalla creazione di piattaforme (o spazi) di partecipazione (in senso lato) online. Si tratta di spazi online (o “isole nella rete” per dirla con Bruce Sterling e Howard Rheingold)  costruiti per favorire processi di partecipazione  con un  inevitabile intreccio tra online e offline. Infatti fanno spesso riferimento, più o meno esplicito, ad un territorio, dove l’intreccio online/offline è immediato. Qui gli esempi sono infiniti, ma per restare a quelli recenti, alcuni citati ieri sera: è una piattaforma di partecipazione Sardegna Democratica,; lo sono quella promossa da Umberto Ambrosoli per raccogliere dei cittadini per articolare il suo programma elettorale e quella che Fondazione RCM gestisce da anni “intorno” a Milano (partecipaMi) in un rapporto “autonomo” con le istituzioni cittadine. E’ una piattaforma di partecipazione non legata a un territorio il blog di Beppe Grillo mentre sono legati a specifici luoghi i vari “meet-up” del MoVimento 5 Stelle. Sono tutte aperte ai cittadini qualunque, ma diverse nella “ownership” (cioè, chi le promuove e gestisce):  quelle appena citate sono tutte promosse da un soggetto politico, tranne partecipaMi  promossa da un soggetto terzo “neutro” dalla politica che vuole offrire uno spazio di dialogo e confronto aperto a tutti, cittadini di tutti i “colori” e istituzioni (con i problemi che questo comporta). Una piattaforma di partecipazione promossa da una istituzione è ad esempio quella del Comune di Udine. Di conseguenza è diverso ciò che in ciascun caso è possibile e lecito fare: c’è  un “patto partecipativo” (purtroppo lasciato di solito implicito), e delle regole (idem)  che ne garantiscono (più o meno efficacemente) l’applicazione in modo più o meno democratico (in primis, permettendo a tutti di esprimersi con un ragionevole dispendio di tempo e risorse). C’è cioè una struttura sociale che si costruisce in rete e si intreccia con quella  fisica. Chi definisce questa struttura sociale? chi realizza  la piattaforma di partecipazione sulla base delle indicazioni del promotore (l’ “owner”). Con quali strumenti la costruisce?

 

Qui entrano in gioco le piattaforme software, che sono insiemi di strumenti software (più o meno) integrati che permettono di svolgere le attività rilevanti per chi vuole partecipare: sottoporre una idea, commentarla, votarla; segnalare un evento; fare una video-chat; condividere documenti; etc.  Le piattaforme di partecipazione sono realizzate (“powered”) da diverse piattaforme software. Sardegna Democratica è basata sulla piattaforma sw realizzata da Soru, che ieri sera ha annunciato di volerla potenziare per rendere sempre più facile la realizzazione e gestione di piattaforme di partecipazione; e questo fa parte integrante della piattaforma politica sua e di Stefano Boeri che ha detto di voler costruire una piattaforma di partecipazione per Milano, auspicando la collaborazione con quelle che già esistono. partecipaMi è realizzata con la piattaforma software open-source openDCN al cui sviluppo Laboratorio di Informatica Civica e  Fondazione RCM lavorano da anni. LiquidFeedback è una piattaforma open-source di deliberazione online su proposte raccolte dagli iscritti (alla piattaforma, che possono essere iscritti a un partito/movimento o cittadini generici a seconda delle scelte di disegno della struttura sociale che si sono fatte). Altre piattaforme software sono elencate nel rapporto del Servizio Informatica del Senato sopra citato.
E’ bene sottolineare quindi che  con la stessa piattaforma software si possono realizzare ambienti di partecipazione in rete diversi sulla base delle diverse scelte di configurazione degli strumenti e di progettazione della struttura sociale. Ma è al tempo stesso vero che alcuni elementi/caratteristiche sono “embedded” (inglobati) nel software: il caso più evidente (ma non l’unico) è che tutte le piattaforme di deliberazione online includono un meccanismo di  scelta di preferenza tra varie alternative, cioè, in ultima istanza, un meccanismo di voto. Le modalità di voto (SI/NO, scelta multipla, cumulativa, vari tipi di ordinamento, tra cui quello “di Schultze” incluso in LiquidFeedback) e le proprietà del voto (unicità, segretezza, verificabilità, etc) diventano quindi caratteristiche del software, ed è per questo che è bene che il software per gli ambienti di partecipazione sia software aperto.

 

Proprio per questa ragione è importante creare occasioni di confronto di queste piattaforme software: nessuna è oggi completa e adeguata all’insieme delle esigenze di processi democratici partecipativi. Credo che nessun soggetto possa pensare di riuscirci da solo. Bisogna sviluppare il software con consapevolezza (possibilmente con qualche “modello” in mente) e sperimentarlo sul campo con altrettanta consapevolezza e attenzione perché si tratta di esperimenti in “real-life”. Analizzare i risultati, capire cosa funziona e cosa no, mettere a punto, riprovarci. Servono le competenze di varie discipline (informatica, scienza politica, sociologia, giurisprudenza) e l’esperienza di chi le prova sul campo (cittadini, politici, ma anche amministratori di sistema su cui spesso si scaricano grosse responsabilità).

 

Anche se sono passate alcune decadi  da quando si è cominciato a lavorarci, siamo ancora all’inizio. La buona notizia di questi ultimi tempi è che  to “tsunami” Grillo ha – finalmente – fatto capire che nel XXI secolo la politica non può prescindere dalla rete. La buona notizia di questi giorni è che si è fatto un passo avanti: la proposta di una piattaforma politica non può prescindere dalla accurata e consapevole progettazione di una piattaforma in partecipazione che ha bisogno di avvalersi di  una appropriata piattaforma software.

 

– fiorella

 

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“La democrazia alla prova del grillismo”: qualche considerazione metodologica


1 Aprile, 2013 by fiorella
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Giovedì scorso (20 marzo) La Stampa ha pubblicato una lunga intervista a Gustavo Zagrebelsky che presenta la prossima edizione della Biennale Democrazia (Torino 11-14 aprile 2013) di cui Zagrebelsky è presidente. Il titolo scelto per l’intervista è “La democrazia alla prova del grillismo”.

Nell’intervista il tema del “grillismo” è introdotto così:

 

A questo proposito il tema di democrazia e Internet è diventato decisivo con il successo della lista di Grillo. Lei crede nella democrazia diretta per via elettronica?  

«La questione è questa: la tecnologia informatica applicata ai processi decisionali pubblici, l’idea della sovranità immediata e individuale del singolo, distruggerà la politica a favore di qualcosa che per ora non si sa che cosa sia? Oppure: questi strumenti possono essere usati per rinvigorire la democrazia, renderla più responsabile, più consapevole, in processi di sintesi comune? Il dibattito alla Biennale darà delle risposte». 

 

Un  pezzo di  Juan Carlos De Martin “L’accesso alla Rete, un diritto che va garantito per Costituzione “ affianca quello di Zagrebelsky.  De Martin ricorda che di  Internet come piattaforma di “democrazia elettronica” si inizia a parlare  «A metà degli Anni 90 [quando] il Web era appena nato.[…] Per i proponenti il sogno era quello della democrazia diretta: Internet visto come strumento che affranca i cittadini dai limiti della rappresentanza permettendo loro di esprimersi direttamente e frequentemente su una miriade di questioni». Presenta quindi la parte del programma della Biennale che riguarda l’intreccio tra Internet e Democrazia e si articola su tre temi: (1) il tema della conoscenza; (2) il tema della “cosiddetta democrazia elettronica, o e-democracy”; (3) il tema “catturato” nel titolo dell’articolo, cioè Internet come diritto di cittadinanza costituzionalmente garantito.

 

E’ dal secondo tema che dovrebbero quindi principalmente scaturire le risposte alla domanda di Zagrebelsky,  a cui De Martin ne aggiunge altre: «Tuttavia, a molti sfugge che la e-democracy può venir plasmata in modi molto diversi tra loro: quali i vantaggi potenziali, e quali pericoli? E qual è il rapporto tra Internet e i movimenti popolari, sia in democrazia mature come le nostre (si pensi a Occupy Wall Street o agli Indignados), sia in Paesi che vorrebbero affrancarsi da regimi autoritari, come nel caso della cosiddetta «Primavera araba»? »

 

Vorrei qui discutere la questione per così dire “metodologica”  Dove e come cercare risposte a queste domande? con due considerazioni che ritengo cruciali per partire con il piede giusto (“chi bene comincia….”).

 

1.     la questione di Internet come spazio di opportunità per nuove forme di democrazia non nasce con il web, ma almeno dieci anni prima, e forse anche venti. Non è questa la sede per ricordare quel percorso culturalmente di grande interesse, che vide coinvolti ricercatori come Terry Winograd (prima MIT e poi Stanford), Doug Schuler (prima promotore e poi “teorico” del movimento delle “community networks”) e personaggi come Fernando Flores (già ministro dell’Economia nel governo Allende e poi, liberato dalle carceri di Pinochet  grazie ad Amnesty International, fondatore di Action Technology, co-autore con Winograd di “Understanding Computers and Cognition”), e tanti altri. Quel percorso aprì nuove frontiere per l’evoluzione stessa dell’informatica, e nuovi ambiti di ricerca quali il Participatory Design e il Computer Supported Cooperative Work, ormai ben consolidati e che ne hanno gemmati vari altri.
Ma è importante aver ben presente che questo filone non ha mai fatto proprio il sogno della democrazia diretta, ma ha indagato sulle nuove forme di democrazia (nel funzionamento di organizzazioni complesse, siano esse aziende for profit, associazioni no profit, istituzioni pubbliche o partiti) rese possibili dalle tecnologie digitali e di rete. Riflessioni che hanno molto a che fare con quelle che trovano ampio spazio nel recente saggio di Marco Revelli “Finale di partito” (Einaudi, 2013). Ma non solo riflessioni: trattandosi di informatici che, come disse Alan Kay,  pensano che il modo migliore per prevedere il futuro sia progettarlo, anche sviluppo di strumenti, a partire da prototipi come “The Coordinator” di Action Technology che in Italia ENI provò ad utilizzare.

2.     questo filone, nel cui ambito si è sviluppato gran parte del know-how da cui sono emerse le tecnologie di community e social media, oggi ha una sua articolazione specifica, fortemente multidisciplinare (informatici, scienziati politici, sociologi), che si chiama “Online Deliberation” e vuole studiare come è possibile non sostituire la democrazia rappresentativa, ma arricchirla e “contaminarla”  grazie all’uso appropriato di tecnologie appropriate  con forme di democrazia “partecipata”: cioè con processi di consultazione o deliberazione che in un mondo “augmented” o “ibrido” in cui online e offline si intrecciano di continuo, non possono non essere  anche via rete. Software come Ideascale e LiquidFeedback sono  stati sviluppati per permettere la raccolta di idee “from the crowd” (“crowd” fatta di cittadini, o dei membri di una organizzazione o azienda), la selezione di quelle migliori; le esperienze d’uso vengono studiate per capire, ad esempio, quali dinamiche  si innescano tra i partecipanti (quali fenomeni di lobbying) e così via.
Si tratta quindi di strumenti, modelli e processi (fortunatamente) più complessi di quelli della democrazia diretta (una testa, un voto) ma anche della one-click-democracy  che porta a ridurre la partecipazione e l’impegno civico nel fare un click su una pagina Facebook (o simili).

3.    Come ha osservato Tim Berners-Lee  ed i suoi colleghi nel suo articolo “Web Science” (Communication of the ACM, 51.7, 2008), il web può favorire un maggior impegno dei cittadini nella sfera politica, ma c’è bisogno di procedere per “trial, use, and refinement”:  nel ciclo di vita” che propongono, la sperimentazione  nel “macro” serve a verificare cosa “in real-life”  funziona,  cosa no, e perché. L’analisi dei risultati dell’ “esperimento” è fattore insostituibile di progresso  delle conoscenze e degli strumenti. Serve, insomma,  a formulare ipotesi di risposte alle domande da cui siamo partiti, e verificarle sul campo. Quindi, oltre a  scienziati politici, sociologi, giuristi  e giornalisti, a discutere delle tecnologie e delle esperienze appropriate a abilitare nuove forme di democrazia “utopica e e possibile” bisognerebbe chiamare anche chi le sviluppa e chi le prova.

 

Anche in Italia non mancano gli esempi: solo nell’ultima campagna elettorale, per raccogliere idee dai cittadini, Nicola  Zingaretti ha proposto un sito basato su Ideascale (sw proprietario); Umberto Ambrosoli, un sito LiquidFeedback inglobato in un ambiente openDCN (entrambi open source); Mario Monti un sito basato su software custom.  Un’altra iniziativa è in corso a Camogli  da parte di una lista civica che si candida per le prossime elezioni.

Queste piattaforme software, sperimentate nel ”caldo” delle campagne elettorali, possono abilitare, quando poi si governa, processi di consultazione come fatto dal MIUR con le consultazioni svolte nel 2012 (migliorabili soprattutto nel feedback dato a chi ha fatto proposte), usando Ideascale (una sui Principi fondamentali di Internet; un’altra sul programma Horizon 2020). Amministrazioni  locali innovative e “illuminate” possono portare avanti esperienze di “ascolto attivo”, come succede a Udine grazie a un sindaco e un giovane assessore, entrambi docenti universitari di Informatica; altre amministrazioni stanno promuovendo esperienze di bilanci partecipativi che dall’offline stanno andando online (ad esempio nel piccolo comune toscano di Cascina o nella provincia di Pesaro-Urbino).

Sicuramente ce ne sono molte altre. E ci sono gruppi italiani che sviluppano piattaforme di partecipazione, come openDCN, Civiclinks, DeRev, Airesis,  (e ho omesso tutte quelle di social reporting).

 

Tutto ciò mi porta a dire  che la risposta alle domande di Zagrebelsky e De Martin possa e debba venire  (solo) dal confronto tra tutti gli attori sociali e le competenze disciplinari coinvolti:  i ricercatori sociali e politici, giuristi ed esperti di comunicazione che le studiano “dal di fuori”; ma anche gli  informatici che le progettano, sviluppano, e poi gestiscono (con ciò giocando un ruolo di “terza parte” tra cittadini e istituzioni). E non dovrebbero  mancare i (per ora pochi)  politici che promuovono (vere)  iniziative di partecipazione.  Certo è un tavolo affollato. E i cittadini? chi li rappresenta? come ascoltarli ? Ma un’analisi che non includa i punti di vista rilevanti è parziale e potrebbe essere sbagliata. Bisogna (almeno) esserne consapevoli.

 


Smart cities: what about the intelligent citizens and their civic intelligence?


24 Febbraio, 2012 by fiorella
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Leggendo notizie recenti, last but not least quella odierna Dal governo un miliardo di euro per incentivare le “città intelligenti” mi sembra di tornare indietro agli anni intorno al 1995-1997, quando, dopo qualche hanno di boom delle reti civiche - esperienze originariamente (oltre oceano)  “grassroots” (cioè promosse dal basso, dai cittadini, dalle Università, dalle biblioteche) di cui molte amministrazioni comunali cercarono di appropriarsi nell’immediato post Mani Pulite per far finta di dialogare con i cittadini mentre si stavano dando poco più di una riverniciata -  divenne di moda parlare di, e progettare, Città Digitali. Il Censis ci dedicò vari rapporti, ma ci mise un po’ di anni a comprendere e riconoscere che queste città digitali erano ben lungi dal favorire una  cultura della partecipazione civica: erano siti web delle amministrazioni comunali in perfetto stile “vetrina”, o, se preferite, web 1.0. E da lì iniziò il pianto greco (senza ironia) degli alti investimenti in servizi di e-government pocoo  nulla utilizzati.

Noi  — noi della Rete Civica di Milano, ma anche di altre esperienze nate a ruota in Lombardia: Onde a Desenzano, Insieme a Treviglio, e altre, riunite nella Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, voluta da un lungimirante assessore alla  Cultura della Regione Lombardia, ahimé scomparso troppo presto — allora trovammo una citazione da Du Contract Social di J.J.Rousseau che usavamo per cercare di  spiegare cosa non ci convinceva nel modo in cui le città digitali erano concepite e disegnate in rete: “Les maisons font la ville, mais les citoyens font la cité“. Questo “eccesso” di attenzione ai cittadini ci valse un paragrafo a parte in uno dei rapporti Censis (non ricordo pù se quello del 1996 o del 1997) intitolato “la scuola lombarda” da cui traspariva  una certa diffidenza e presa di distanze.

Ora queste smart cities nascono con una attenzione tutta rivolta a tecnologie,  connettività,  reti intelligenti e smart buildings, device intelligenti ovunque, anche sotto il cuscino degli anziani per monitorarli (controllarli?) a distanza, più attenzione al business che alle persone. La preoccupazione è quindi di rivivere l’esperienza delle città digitali, siti web e servizi online scarsamente utilizzati, proprio perchè progettati come strumenti tecnologici invece che come spazi da vivere, in un continuum tra online e offline, da parte di cittadini digitali consapevoli dei propri diritti: all’accesso, ad una educazione digitale consapevole, a servizi accessibili ed usabili, alla piena trasparenza di tutti i dati pubblici e così via, fino alla possibilità  di usare la rete per fare di un cittadino ciò che lo rende tale, cioè per esercitare il proprio diritto di sovranità, che è bene diverso dall’essere utenti di oggetti e strumenti informatici più o meno smart (sofisticati), o consumatori/clienti di servizi online più o meno utili ed usabili. Alla fine anche il business ne soffre se, come per l’e-government,  questa disattenzione porta  alla non appropriazione degli strumenti da parte di chi dovrebbe avvalersene.

La fiducia nella tecnologia si costruisce in un tessuto sociale capace di mettere le persone in grado di appropriarsene consapevolmente,  sulla base di esigenze ed interessi, individuali, ma anche di gruppi, comitati e associazioni che già popolano  e operano nelle città e anche nello spazio online, troppo spesso ciascuno chiuso nel proprio orticello. La rete può e deve anzitutto connettere e valorizzare questo patrimonio, ritornando al senso antico della città, come luogo di incontro, socializzazione, scambio.  Se sapesse ricreare nel  questa ricchezza anche nel mondo “augmented” (in cui online e offine, analogico e digitale si intrecciano e arricchiscono reciprocamente di continuo), l’Italia dei comuni potrebbe perfino diventare di esempio per il mondo intero.

Per farlo, serve usare un po’ di quel miliardo di euro che oggi il governo dice di voler stanziare sulle città digitali per creare ambienti di condivisione di intelligenza civica e spazi di partecipazione e deliberazione  per quei cittadini attivi che con la loro mobilitazione, le loro scelte e  la capacità di usare i social media, hanno iniziato a cambiare l’Italia a partire dalle elezioni comunali e dai referendum della  primavera 2011; e magari per riportare in Italia un po’ di giovani che per lavorare su questi temi sono dovuti emigrare in centri di ricerca stranieri.


Monti: una consultazione “erga omnes” grazie a Internet


6 Dicembre, 2011 by fiorella
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Chi ne ha parlato, ha usato questi termini: Monti: Internet è il tavolo della concertazione (webnews) oppure  Monti e la concertazione: passo importante verso l’e-democracy  (webnotes, il blog di Anna Masera, su LaStampa.it).

Credo che sia opportuno attenersi il più fedelmente possibile alle parole usate dal Presidente del Consiglio: “Io vengo e alcuni membri del governo vengono da una tradizione di decisioni pubbliche nel contesto europeo  […] la consultazione per la quale io ho più simpatia è quella fatta in modo trasparente e erga omnes: cioè il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza, ha … può permettersi un po’ di tempo, produce un bel Libro Verde, lo mette su Internet, sollecita entro trenta giorni, sessanta giorni, dipende dalla materia, la formulazione di opinioni, di pareri, pubblica queste opinioni e pareri sul sito. Tutti sanno chi ha raccomandato qualcosa, chi sconsigliato qualcosa e poi il commissario, la commissione, il ministro, il governo nelle sue responsabilità, prendono la decisione.” (1)

Quindi consultazione (e non concertazione) trasparente “erga omnes”: in cui chi ne ha ruolo, continua a prendere la decisione.

E’ un segnale importante per il ruolo che può avere la rete per coinvolgere i cittadini nell’azione di governo (va notato che Monti si cautela sottolineando che ciò è possibile quando “il governo pensa ad un provvedimento non d’urgenza”). Nulla di particolarmente nuovo di per sè, visto che sono passati dieci anni dalla  Recommendation Rec(2001)19 of the Committee of Ministers to member states on the participation of citizens in local public life basata su alcuni principi tanto fondamentali quanto innovativi (2).

Un segnale sicuramente significativo nel nostro Paese dove, nonostante un piano di e.democracy lanciato nel 2004, è  tuttora difficile incontrare esperienze di consultazione dei cittadini che proseguono nel corso tempo.

Forse quello dei provevdimenti appena varati non è  il contesto migliore per rendere questo segnale popolare. Ma è proprio la drammaticità della crisi che può “costringere” a sperimentare forme nuove, e più partecipate, di governo. Se le risorse sono poche, decidere come usarle è ancora più delicato. Le esperienze da cui imparare non sono sempre solo all’estero: ad esempio, si può imparare dall’esperienza del Bilancio Partecipato del Comune di Canegrate. Tre edizioni (2008, 2009, 2010) con un crescendo di partecipazione alle tre fasi del processo: (a) raccolta delle  proposte da parte dei cittadini; (b) catalogazione delle proposte  e verifica di fattibilità tecnica da parte dello staff del progetto; (c)  votazione priorità di nuovo da parte dei cittadini per posta, via rete, e alla assemblea di chiusura.  Ma soprattutto una esperienza “educativa” che porta noi cittadini a confrontarci con la dura realtà della coperta troppo corta: se la tiro da una parte, resto scoperto dall’altra. Ma almeno decido anche io cosa voglio coprire!

Resta comunque aperta la questione della progettazione degli spazi online e degli strumenti adeguati per rendere possibile questa consultazione: ne ho scrittopochi giorni fa rispondendo a Marco Belpoliti sul “caso Milano” e per ora rimando a quel contributo.

(1) Ripreso da webnotes che sua  volta ringrazia Sofia Ventura per la trascrizione del discorso di Monti su Facebook (ma il link riportato non è più attivo).
(2)  Riporto qui i primi 7 principi alla base della della sopra citata “Raccomandazione”:

  1. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express
  2. Guarantee the right of citizens to have access to clear, comprehensive information about the various matters of concern to their local community and to have a say in major decisions affecting its future
  3. Seek for new ways to enhance civic-mindedness and to promote a culture of democratic participation shared by communities and local authorities.
  4. Develop the awareness of belonging to a community and encourage citizens to accept their responsibility to contribute to the life of their communities
  5. Accord major importance to communication between public authorities and citizens and encourage local leaders to give emphasis to citizens’ participation and careful consideration to their demands and expectations, so as to provide an appropriate response to the needs which they express.:
  6. Adopt a comprehensive approach to the issue of citizens’ participation, having regard both to the machinery of representative democracy and to the forms of direct participation in the decision-making process and the management of local affairs.
  7. Avoid overly rigid solutions and allow for experimentation, giving priority to empowerment rather than to laying down rules; consequently, provide for a wide range of participation instruments, and the possibility of combining them and adapting the way they are used according to the circumstances.
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Possiamo colmare l’assenza di discussioni usando la rete?


2 Dicembre, 2011 by fiorella
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Commentando  “il caso Milano”, cioè le tensioni nella Giunta tra il sindaco Giuliano Pisapia e l’assessore Stefano Boeri, martedì 29 novembre 2011 “La Stampa” pubblica un contributo dal titolo “Il vero problema è l’assenza di discussioni” in cui di Marco Belpoliti scrive (le sottolineature in grassetto sono mie): “La novità di cui Pisapia è stato portatore sei mesi fa è proprio questa: la trasparenza, la discussione, i social network.” E aggiunge: “Il vero problema è che oggi le città non possono più essere amministrate con la visione del pater familias, come avveniva in passato. La democrazia partecipativa, i blog, i siti web, facebook, Twitter, impongono che le scelte siano passate al vaglio di ampie discussioni, in Rete e non solo lì. La novità della primavera è questa. Perciò il problema non è Pisapia piuttosto che Boeri, o viceversa, ma come e dove discutere delle prospettive della città fuori dalle stanze di Palazzo Marino. [] Ma ora noi siamo entrati nella Terza [Repubblica], e questa non sopporta più che le scelte non siano condivise, disputate, a volte anche duramente, esposte in bella vista“. E conclude: ” Milano per prima oggi in Italia può indicare la soluzione possibile per usare in modo attivo quella che James Surowiecki ha definito <la saggezza della folla>, ovvero di tutti noi”.

Mi scuso della lunga citazione, ma era necessaria perchè illustra perfettamente da dove passa la sfida milanese: dalla capacità di usare la rete non solo per promuovere un candidato come è stato fatto in campagna elettorale, non solo per informare i cittadini, con conferenze e comunicati stampa distribuiti sui soliti canali, e pubblicati su un sito web, magari con un video, a cui si aggiunge qualche intervista su qualche media locale e non.  La rete va usata per comunicare con i cittadini, e comunicare significa “mettere in comune”, condividere, discutere anche animatamente, ma nel rispetto reciproco. I problemi sono iniziati quando la nuova Giunta non ha discusso con la città la drammatica situazione di bilancio, e le scelte che avrebbe comportato, tra cui le più importanti: aumento del biglietto del tram e scelte su EXPO. Le conferenze stampa non sono (state) sufficienti per far capire la gravità della situazione e allineare le aspettative dei cittadini e degli elettori di Pisapia alla realtà.

Ma non è banale usare la rete per comunicare con i cittadini, con un dialogo e dibattito anche serrato, ma civile, produttivo e democratico. Blog, siti web  e social network, così come realizzati oggi, non sono in grado di svolgere questa funzione per il modo con cui sono progettati. In genere informano, al più permettono qualche commento (che di solito non arriva; e infatti si parla della sindrome da “zero comments”), ma non favoriscono il dialogo.

Chi ha esperienza della rete sa che non è facile condurre online un dibattito serrato e democratico: è un equilibrio delicato tra dar voce a tutti ed evitare che ci sia chi, più o meno deliberatamente, distrugge il dialogo, intervenendo troppo spesso o offendendo le altrui opinioni. Bisogna procedere a piccoli passi, magari a partire dalla raccolta e confronto di idee e proposte (1). Fino a far emergere una proposta condivisa, o almeno ad identificare le posizioni contrapposte che esistono. E se sulla rete si vuole arrivare a deliberare, cioè prendere decisioni attraverso il dibattito (come suggerisce Belpoliti) è necessario trovare forme e modi affinché la maggioranza, se c’è, possa appunto decidere, lasciando alla minoranza la possibilità di espressione. Rispetto al mondo fisico, il vantaggio è che i limiti di tempo si dilatano (la ‘riunione’  non deve durare solo due ore); scrivere un intervento costa più tempo che farlo a voce, ma permette di meditarlo di più. Ma lo “svantaggio” (per i politici) è che “verba volant, scripta manent”, ed il digitale è tutto permanente, ritrovabile e quindi più impegnativo.

Questa è la ragione profonda per cui la politica in ultima analisi teme la rete,  ma non disprezza Facebook dove tutto scorre via, nulla è “retrievable” (perchè i post non hanno permalink). Ma su Facebook e dintorni si organizzano proteste (il Popolo Viola, e i giovani della primavera araba lo hanno dimostrato) e anche buone  campagne elettorali, dove si vende in tempi stretti o strettissimi il “prodotto” candidato. Le web agency a cui i politici si affidano, questo sanno fare: campagne di marketing online. Ma se dopo la campagna elettorale si continua a usare lo stesso ambiente per fare partecipazione democratica si compie un errore madornale e non si costruisce  partecipazione e nuova democrazia.

Per farlo occorrono competenze specifiche proprie di una disciplina scientifica la “online deliberation” alla frontiera tra informatica e scienza politica. Disciplina coltivata da una piccola ma abbastanza consolidata comunità scientifica, ben consapevole che progettare ambienti deliberativi online significa progettare la democrazia e la cittadinanza digitale. E che questo richiede concetti e strumenti adeguati,  e anche attenta sperimentazione sul campo.  Non si parte da zero, perché ci sono competenze e esperienze che potrebbero essere utilizzate per affrontare il problema.Questa comunità ha proprio a Milano una sua “base” che ha ampiamente contribuito alla 4° edizione della International Conference on Online Deliberation, tenutasi nel 2010 all’Università di Leeds, dopo le precedenti conferenze svoltesi a Carnegie-Mellon, Stanford e Berkeley.

La mia domanda è dunque se qualcuno tra chi governa la mia città e il mio Paese è interessato a valorizzare questo network di competenze, e fare ogni sforzo – e ce ne vogliono molti, non tanto in denaro quanto in intelligenza – per tradurre <la saggezza della folla>  di cui parla Surowiecki, in civic intelligence e cultura di governo partecipato.

 

(1) segnalo tre esempi di raccolta di proposte dei cittadini intorno alle ultime elezioni ammnistrative: a Milano e Crema durante la campagna elettorale, a Cagliari subito dopo: tutti siti indipendendenti da singoli candidati o dalle amministrazioni.

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CVD (Come Volevasi Dimostrare): a proposito della triste parabola del Popolo Viola


6 Dicembre, 2010 by fiorella
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La convention organizzata ieri, domenica 5 Dicembre 2010 al Teatro Vittoria del quartiere testaccio a Roma, si era chiusa da poco, e sul sito de Il Fatto Quotidiano compariva un pezzo dal titolo significativo La triste parabola del popolo viola a firma di Federico Mello che del Popolo Viola ha seguito le vicende fin dall’inizio e ha anche pubblicato un interessante libro. 

Vorrei contribuire alla riflessione perche’ ritengo che non sia inutile capire le ragioni che hanno portato il Popolo Viola dall’entusiasmante successo del 5 Dicembre 2009, che ha riempito piazza San Giovanni tra lo stupore di molti, attraverso una successione di stiracchiate manifestazioni nel corso del 2010, inclusa quella del 2 ottobre in una Piazza San Giovanni  mezza vuota, fino alla triste commemorazione organizzata domenica scorsa. E’ facile buttarla in politica, come in ultima analisi fa Mello, ma non basta e non e’ il mio mestiere. E’ stato invece per me facile prevedere il destino del Popolo Viola con largo anticipo (mandai il pezzo al Fatto Quotidiano il 4 aprile 2010 senza alcun riscontro; ottenne qualche mese dopo l’attenzione della Associazione dei Comunicatori Pubblici che lo hanno pubblicato sul loro sito con il titolo Social Network e partecipazione politica); ma non e’ stato piacevole osservare il progressivo realizzarsi delle previsioni, senza poterci fare nulla, inutile Cassandra.

Oggi serve tornare sul discorso a vantaggio di altri movimenti nati in rete, che si troveranno inevitabilmente ad affrontare il medesimo problema; e se non lo affrontano faranno la stessa fine del Popolo Viola. Disperdendo le energie di tanti che vogliono rinnovare la politica cogliendo le opportunita’ che la rete offre, ma senza (voler) comprendere che anche la rete ha le sue regole, una sua disciplina che bisogna conoscere, apprendere, e mettere in pratica.

Spieghiamolo con una metafora: se qualcuno vuole organizzare un dibattito politico, cerca uno spazio adatto: una sala riunioni, un teatro un’aula universitaria. Se vuole trasmettere la riunione in streaming si preoccupa che il luogo sia provvisto dei necessari strumenti: microfoni, computer, video-proiettore, connessione Internet. Mentre nessuno prenderebbe in considerazione di affittare una discoteca, neanche quella dotata dei  piu’ sofisticati impianti audio e luci ad effetto.  Ebbene in rete facciamo proprio questo errore. Usiamo uno spazio concepito per incontrare amici e “fare massa” (per fare profitti), per sviluppare il dibattito e consolidare un movimento politico. L’incapacita’ e la non volonta’ di andare oltre Facebook e’ stata la condanna del Popolo Viola. Strumento eccellente per raccogliere l’attenzione e  - in qualche caso fortunato come proprio quello del Popolo Viola - anche per organizzare la mobilitazione, e’ del tutto inadatto per condurre un ragionamento basato su argomenti razionali (dobbiamo o no appoggiare questa o quella proposta?), per garantire che tutte le posizioni abbiano la possibilita’ di esprimersi ed essere considerate adeguatamente (senza volar via dopo pochi minuti nel susseguirsi di post piu’ o meno pertinenti), per sviluppare consenso e prendere decisioni in modo possibilmente democratico.

Una inadeguatezza emersa in occasione  delle recenti elezioni primarie di Milano, quando tutti i quattro candidati hanno – ovviamente – aperto la loro pagina su Facebook. Per aprire un dialogo con gli elettori. Peccato che per porre una domanda a uno di loro, bisognasse prima cliccare su “mi piace”, cioe’ dichiararsi fan. Questa e’ la regola generale su Facebook che diventa un evidente controsenso quando applicata ad una campagna elettorale: io voglio prima discutere con i candidati per decidere poi chi votare. Senza dovermi dichiarare fan a priori. E infatti il problema e’ stato posto da una elettrice che ha scritto sulla pagina Facebook di Pisapia: “Carissimo Pisapia…volevo scriverle democraticamente un commento su questa pagina per cercare di capire le sue posizioni in confronto agli altri candidati; tuttavia trovo davvero ANTIDEMOCRATICO e in violazione del piu’ profondo significato di democrazia, dover per forza accettare la sua pagina con un “mi piace” per poter scrivere un’opinione personale (positiva o negativa che sia)…”. Altri si sono resi conto che la stessa cosa succedeva sulle pagine degli altri candidati, che non fanno alcuna scelta, ma importano e  “subiscono” una scelta di Facebook (Non chiedetemi l’URL per recuperare questi post: le pagine Facebook non hanno permalink e tutto vola via!).

Nel mondo fisico siamo abituati a pensare che la progettazione di spazi adeguati per le varie esigenze, attrezzati con gli opportuni strumenti, sia oggetto di una specifica disciplina: l’architettura. Ciascuno ne ha imparato i rudimenti per attrezzare i luoghi dove vive e lavora, ma talvolta ricorriamo a architetti  professionisti, alcuni dei quali si sono specializzati negli edifici pubblici, altri in spazi per vendere meglio, e cosi0 via. Lo stesso andrebbe fatto online: progettare spazi in rete per discutere e prendere decisioni democraticamente non e’ lo stesso che utilizzare i social network per sviluppare strategie di marketing virale. La non consapevolezza del problema, ritenersi tutti esperti e la mancanza di progettazione condanna al fallimento.

Non poteva sopravvivere a lungo un movimento nato intorno ad una identita’ anonima (San Precario) che poteva “bannare” tutti quando voleva (e’ successo a fine febbraio 2010), che e’ poi scomparso di scena (a fine agosto) senza che venissero definiti ruoli e regole per i “nuovi” amministratori, in uno spazio in cui e’ facile per chiunque lanciare una provocazione, come successe la sera precedente alla manifestazione del 2 ottobre 2010, con messaggi postati da un account mai visto prima con logo la stella a 5 punte delle BR, e come puo’ succedere in ogni momento.

Fara’ la stessa fine, prima o poi, il movimento Cinque Stelle  se non si dara’ una struttura capace di operare democraticamente, in rete e non. Ce ne sono gia’ i sintomi, qualcuno li ha gia’ chiaramente denunciati, basta leggere qui.

La stessa questione riguarda Vendola e il suo movimento: la struttura distribuita delle “fabbriche” deve appoggiarsi a un ambiente di rete capace di coordinare e deliberare senza imposizioni dall’alto e derive centralistiche. Una scommessa per nulla facile.

Chi crede che la politica debba essere rinnovata, e che la rete offra grandi opportunita’ per farlo, dovrebbe prendere molto seriamente l’esperienza del Popolo Viola e intraprendere con decisione la strada della sperimentazione consapevole di ambienti di deliberazione via rete, perche’  la sostenibilità di queste espressioni di impegno civico dipende dal fatto che sappiano passare da strumenti e ambienti di rete capaci di aggregare la protesta a strumenti e ambienti capaci di dare supporto alla democratica elaborazione di proposte. Strumenti significa tecnologie appropriate a condurre un dialogo produttivo; ambienti significa che le tecnologie da sole non bastano a creare luoghi dove sia possibile deliberare democraticamente: ci vuole l’esperienza che permette di gestirle in modo appropriato.

C’è una comunità internazionale che da decenni lavora in questa direzione sviluppando e sperimentando ambienti e strumenti open-source di “deliberazione online” (questo URL puo’ essere un utile entry point). Alcuni italiani ne fanno parte. Il sogno sarebbe far crescere nel nostro Paese una comunità di giovani sviluppatori di software open-source che costruisca la piattaforma della cittadinanza democratica del XXI secolo.

– fiorella

 

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Un Presidente hands-on


30 Luglio, 2010 by fiorella
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DOMANDA: come convincere i cittadini che possono trovare online tutte le informazioni che servono sul (nuovo) sistema di assistenza sanitaria?
RISPOSTA: mostrando con un breve video quanto e’ facile farlo.
DOMANDA: chi fa la demo?
RISPOSTA: il Presidente degli Stati Uniti, che alla scrivania fa vedere che sul laptop ci mette le mani lui stesso, inserisce le informazioni  richiesta e via andare. Sottolineando che lo fa come lo avrebbe fatto quando lui e Michelle erano due giovani avvocati di Chicago.

guardare per credere